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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

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livorno

Run for mem

Poche cose sono importanti quanto la memoria, sia del proprio passato per capire da dove siamo partiti sia quella storica per cercare di fare due volte gli stessi errori. Non avendo trovato una compagna di corsa, ho coinvolto la famiglia nella camminata, un giro di 7 km per il centro con varie tappe nei luoghi più significativi. Partenza ovviamente dalla sinogoga proprio a sottolineare il forte legame che Livorno ha con la Comunità ebraica. Le bimbe chiacchierano, guardano video, camminano ma ascoltano magari con poca attenzione ma sono tutti semi che getto e sono convinta che serviranno alla formazione del loro futuro. Tra i vari fenomeni che ho incontrato mi viene a mente quella che alla mia proposta di portare le bimbe a Genova a vedere Bansky rispose ‘ che palle te con l’arte e le cose di cultura “. Proseguendo poi con il dire che andava a vedere la D’ Urso…qui di io semino nella speranza che le mie figlie da grandi manco sappiano chi sia la D’Urso.

Naturalmente avendo fatto la camminata prima mi sono fatta 5 km di corsa😉

Qualche grammo di felicità 

Si, va bene: il sole, l’acqua turchese, le spiagge fatte di piccole conchiglie bianche, i pesci… tutto molto affascinante, ma la cosa più bella della Sardegna rimane la bilancia di casa dei suoceri perché, cosa c’è di più bello che arrivare e vedere che la fatica della traversata ti ha fatto perdere almeno tre chili? Che con il metabolismo bastardo che mi ritrovo, non avrei perso neppure se Livorno-Olbia la facevo a nuoto. Caricata dal pensiero di quei chili in meno, la mente si convince che posso eccedere, lo stomaco non aspettava altro ed è l’inizio della fine… ma non importa, perché quella bilancia ti capisce, ti perdona e ti aggiunge a volte appena qualche grammo, magari solo quando esageri con le tumbarellas. È un circolo vizioso che si frantuma appena scendo dal traghetto, arrivo a casa e salgo su quella stronza della mia bilancia che mi guarda come per dire “in due non vale, uno deve scendere!”

È ora di essere civili.

   

 Anche per immagini come questa, oggi non solo scendo in piazza, ma sopratutto ci porto le mie figlie!!! Non voglio che crescano rimanendo indifferenti, voglio che crescano difendendo, lottando per i diritti civili. Sarebbe l’unica vera grande delusione per me crescere delle figlie insensibili all’uguaglianza o peggio razziste. Tutti abbiamo il diritto di amare ed essere amati, di avere una famiglia, dei figli. Tutti. Voglio far capire a pena&panico (Agonia fortunatamente è grande ed ha già capito; ricordo, che alle scuole medie la prof di religione le fece un rapporto perché le rispondeva a tono su tematiche come matrimonio gay, adozione) che devono crescere senza pregiudizi, senza preconcetti. È difficile anche perché in Italia abbiamo un grande peso come lo Stato del Vaticano, in cui pedofili, pervertiti si rintanano e pensano di fare la morale a tutti. C’è anche la possibilità che da grandi scoprano che la loro vera sessualità sia omosessuale e io certo non voglio che se ne vergognino.
  

La Villa degli Errori.

Continuando a  riflettere su opportunità di cura e crescita del patrimonio culturale livornese mi soffermerei ancora una volta su Villa Mimbelli, perché quando vieni a sapere che il Museo Fattori, che, come tutti sappiamo possiede la più importante collezione macchiaiola al mondo, è sulla carta  l’antagonista del Museo d’Orsay di Parigi ( https://www.facebook.com/nicola.stefanini.9?fref=photo&__mref=message_bubble), qualche domandina sorge spontanea. La prima, la più stupida, che mi parte in automatico è “Perché?”. Amo viaggiare, conoscere luoghi e culture diverse, trovo sempre tutto interessante, bello, pulito, curato, poi, da brava italiana media, mi chiedo perché in Italia non riusciamo a valorizzare appieno il nostro patrimonio; ogni città italiana, ogni paese ha una storia da raccontare  e Livorno ha veramente tanto. Considerando, solo che sbarcano nugoli di croceristi  e che non tutti vanno  a Pisa o Firenze,  perché il Museo Fattori, antagonista del Museo d’Orsay, fa una media di 2,5 visitatori paganti?  Perché le scuole, parlo per esperienza diretta con elementari e superiori, non hanno un dialogo costante e continuo con il museo? 

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A domande semplici seguono semplici osservazioni. Come ho già detto, non sono di Livorno, quindi per orientarmi in città seguo l’istinto e le indicazioni e vi posso assicurare che se si vuol  raggiungere il Museo non si  trovano  grosse indicazioni; io personalmente metterei anche dei cartelloni all’aeroporto di Pisa con le lucine lampeggianti a sottolineare “antagonista del Museo d’Orsay”, perché, se c’è una cosa che ho imparato dall’esperienza a Pietrasanta, è proprio quella di valorizzare al massimo quello che abbiamo.

 

Capisco che le difficoltà economiche impongano le attenzioni su settori socio-sanitari, che sia difficile trovare finanziamenti, capisco che la burocrazia sia lentissima, ma far finta che queste realtà artistiche non esistano, impedire ai bambini di conoscere quale aria si respirasse nella loro città, quali e quanti artisti, non solo sono venuti ma sono addirittura nati a Livorno, credo produca un impoverimento dell’animo; l’arte serve anche a nutrire quella parte di noi che guarda all’irrazionale, alle emozioni e, senza emozioni, siamo bestie.

 

Foto di Nicoletta  Arduini (https://www.instagram.com/nikovero7007/)

 

 

 

A parte l’Arte…

Non saprei quando di preciso mi sono avvicinata all’arte in maniera consapevole, dopotutto sono cresciuta in un paese dove l’arte si inizia a respirala in sala parto. Nata e cresciuta a Pietrasanta, la piccola Atene, culla dell’arte fin dai tempi remoti, ricca di storie, leggende e di laboratori artistici/artigianali. È il luogo in cui l’artista trova le mani che lo guideranno, che renderanno immortale i suoi lavori: quelle dell’artigiano. Da sempre attratta dal bello, in cerca di emozioni, rincorro l’arte ovunque mi trovi. Sono quasi tre anni che vivo a Livorno e quotidianamente scopro architetture, storie, artisti che neanche i livornesi conoscono o apprezzano, … ma voglio credere che siano solo gelosi dei loro tesori, che li vogliano semplicemente mettere al riparo dal libeccio che anche oggi tira a 122 Km/h.

Cappella di Villa Mimbelli

Di recente, una mia amica, una di quelle che cammina con gli occhi aperti, le antenne sempre su “on” e la macchina fotografica a portata di mano, si è imbattuta in un tesoro, nascosto ai più, seppur ben in vista: quindi dopo un primo momento di stupore, gli occhi sono tornati nelle orbite, le antenne hanno iniziato a vibrare e le foto sono partite a raffica, il tutto seguito da una serie di messaggi del tipo “non ci credo”, “ma ci rendiamo conto”. Mi spiega dove si trova e cosa ha visto e la cosa inquietante è che, pur conoscendo il posto perfettamente, almeno così credevo, non avevo la più pallida idea che nel parco di Villa Mimbelli ci fosse una biblioteca, piccola e deliziosa, dedicata esclusivamente all’arte. Vado in rete a cercare notizie, ma nessuno ne parla, solo un piccolo trafiletto sul sito del Comune ma niente informazioni, quasi avessero paura di farlo sapere.

 

 

La fotografia e il bravo fotografo riescono a scovare il bello, anche quando gli altri ce la mettono tutta per nasconderlo. Esternamente questo piccolo edificio sembra in rovina, come del resto anche l’adiacente Museo Fattori: non ci sono cartelli esplicativi, l’entrata è quasi nascosta e il tutto è contornato da del verde rigoglioso ciarpame. L’interno è ben ristrutturato, si presenta una navata unica con transetto leggermente sopraelevato delimitato da una balaustra in marmo e una piccola abside con decori geometrici che sembrano aumentarne le dimensioni. Trovo intelligente la scelta, viste anche le dimensioni, di rendere la biblioteca monotematica ed, avendo di fianco un museo d’arte, non restano alternative. Tolto il filtro che rende tutto più bello si iniziano a vedere i primi ammanchi. Come ho più volte rimarcato l’ambiente è esiguo quindi i libri non trovano spesso una collocazione adatta, si vedono infatti scatoloni di cartone accatastati sul transetto e, cosa ancora più triste, libri ammassati in enormi buste di plastica, quelle dei supermercati per intendersi. Provo a chiedere qualche libro in visione e, … no è meglio non dare giudizi affrettati, sono sicura che la bibliotecaria sia sicuramente più colta ed istruita di me, forse si sente prigioniera di questo luogo fantastico. Infine un breve cenno sull’orario di apertura: lunedì – sabato dalle 10.00 alle 13.00, … ma allora ditelo che non ci volete nessuno.

Per non essere solo critica, per non sembrare la zitella acida di turno ecco l’angolo costruttivo. Il luogo si presta ad una serie infinita di attività con poche modifiche: proporrei, ad esempio, di restringere ulteriormente l’argomento dei libri, magari limitandolo alle pubblicazioni inerenti al museo adiacente e tenerlo al passo con i tempi attraverso le riviste d’arte. Liberando lo spazio del transetto e dell’abside si potrebbe usare come spazio per incontri con autori, spazio per laboratori artistici per bambini mattutini, coinvolgendo le scuole, facendo appositi programmi da inserire nel POF, o pomeridiani per intensificare l’attività della vicina ludoteca con attività magari meno ludiche. L’apertura pomeridiana come sala studio in giorni prestabiliti per le scuole medie/superiori/università. Si possono organizzare contest letterari, istallazioni artistiche e tanto altro ancora. Sindaco ci sei ?!.

Foto di Nicoletta  Arduini (https://www.instagram.com/nikovero7007/)

Meno capre per tutti !

Per sentirmi meno capra, vi propongo un evento: “Sea and coffè”.  La performance di un’amica, una di quelle che ha trovato il suo equilibrio un briciolo sopra la follia, per questo è in perenne evoluzione.

 

“Sea and coffè “

Transition around un “restore”( una carta di Pietroiusti in restauro) en dialugue avec (featuring)
Paola Nannipieri ’s works

A cura di Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri
In collaborazione e presso il laboratorio di restauro di Federica Soriani e Massimo Filippelli
Opening sabato ore 18

In partenza dallo studio di viale di Trastevere, Cesare (Peitroiusti) dona a Betty (Elisabetta Nesi) una carta, più esattamente un caffè su carta, una sorta di elegante macchia scorpione ottenuta credo con procedura quasi stocastica. Per accidente, per sorte avversa o forse propizia, non è facile da dirsi questo, la carta suddetta subisce un ulteriore rovescio; no, non quello originario di produzione; infatti pochi giorni prima della morte (causata da un occlusione del coledoco, con conseguente avvelenamento da birobulina) mio padre, già indebolito, lascia cadere sul tavolo un bicchiere di caffè : l’opera di Cesare, che si trovava nei pressi per essere più adeguatamente incorniciata, viene investita da un inaspettato dripping che va confondersi e sovrapporsi al lavoro originario. Cominciamo a riflettere sulle eventuali procedure di restauro, Judith ipotizza una nuova realtà d’opera seguendo un percorso teorico contiguo all’idea dell’arte relazionale, un’opera nuova. Decidiamo di coinvolgere Federica Filippelli Soriano e la chiamiamo al telefono. Federica lavora con il marito Massimo: hanno uno studio di restauro che da anni accoglie il Contemporaneo in restauro. Il giorno seguente portiamo l’opera allo studio e lì Judith vedendo l’opera sul tavolo sente che il lavoro di restauro deve necessariamente passare attraverso procedure relazionali .Si! yeah! Ecco l’idea che subito Federica e Betty sposano con entusiasmo. Tutto il lavoro di Judith ed il mio in questo momento sono articolati intorno al pensiero e al corpo di un paradigma di arte al femminile, fuori dalle logiche di mercato anche espositive. Così potrebbe essere davvero bello se quest’opera in restauro (ma potremmo e possiamo allargare ad altri lavori in restauro questa attività) se quest’opera appunto che è di proprietà di Elisabetta – un‘opera privata è spesso privata anche di visibilità – potesse essere vista anche da altri, e fosse quindi accompagnata da altri lavori, da altre opere che dialogassero con lei, fossero motivo di scambio, di dialogo, si ispirassero anche, si aprissero ad una e più relazioni, mostrassero queste dinamiche: un restauro ovvero una restituzione di visibilità , la natura reale delle opere che invero è quella di essere sempre delle agorà, ovvero dei luoghi di scambio, di incontro, di socializzazione: il possesso capitalizzante, collezionistico ne è la morte o almeno l’invalidante mutilazione. Si decide di coinvolgere un’artista che lavora con le macchie ma non stocasticamente, ottenute piuttosto con controllo, controllate, bordate, rese materiche dalla sabbia e dall’eccesso di vernici in una sorta di incontro fra pop, Burri e cake designe. L’artista è mia sorella, Paola Nannipieri, figlia dell’interattore macchiante l’opera di Cesare che chiamo: al solito mi risponde con una domanda di rito:”ma chi ascolta più le segreterie telefoniche?” beh su una vecchia meil mi ha scritto che “è bello essere usati ed usare” così decidiamo di usarlo senza imbarazzi. Le opere, macchie fissate, onde bloccate con bordi da torta e sabbia inamovibile, opere marine e antistocastiche di Paola sono in dialogo restaurante con la carta doppiamente caffeinica di Cesare (e di nostro padre?). Paola accetta la proposta di usare la macchia scorpionica originaria? come modello per altre opere, quali un grande telo che andrà a coprire un altro grande quadro in restauro, opera che il proprietario sembra non voglia mostrare negando così a quel lavoro un vero restauro ovvero la restituzione di visibilità e l’apertura come piazza, luogo di scambio e di incontro; della materialità ultra relazionale di un lavoro, poco ci interessa, soprattutto se il valore di cura, di bellezza condivisibile che ogni opera porta con sè, non ha la morbidezza, l’eleganza di un cuscino, di un ricamo su una tovaglia, di un rotolo ripiegabile: anche le opere inutilmente rigide perdono la loro natura dura e patriarcale nel farsi oggetti e luoghi di piacevoli, non convenzionali , delicati restauranti incontri. Un grazie a Betti, a Federica e a mia sorella Paola per aver accettato questo dialogo, questo incontro.
Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri

 

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