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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

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Música o plomo.

Spesso si sottovaluta il potere della musica. Anche nel superare i piccoli disagi quotidiani, nello specifico mi riferisco a quando la mattina mi trovo a dover percorrere gli ultimi 300 metri per tornare a casa, dopo aver portato le twins a scuola, in circa 25 minuti. Lungo la strada c’è una scuola superiore e i genitori, sicuramente molto più premurosi di me che alle medie le mollo ad una certa altezza e vanno da sole, devono lasciare i figli, di minimo 15 anni, davanti all’ingresso della scuola. La scena é questa : macchina ferma davanti al portone, scende l’erede, macchina dietro, ferma a 6 m dal portone, non fa scendere il figlio perché giustamente si perderebbe quindi fa 6 metri e lo molla davanti al portone e così via…. Ci sono mattine in cui maledico la razza umana in generale ed altre in cui sono un po’ più specifica, a parte che secondo me così non solo si creano dei disadattati ma si mettono a dura prova gli istinti omicidi del prossimo. Giuro la tentazione di buttare giù il finestrino e sparare a tutti indistintamente, alla Peaky Blinders é veramente alta. E qui, interviene la musica con la sua magia. Ringraziate, Guccini, Vasco, Battiato ma anche il Capitano Marco Galli con la sua ciurma se vedrete ancora l’alba.

Il giorno della memoria. Parte 2.

In questa seconda parte della giornata, la memoria prende un aspetto più familiare perché è il compleanno della primogenita, la figlia dell’amore. Mi ricordo ancora quando all’ospedale, stravolta dall’aver messo al mondo una figlia, a venti anni, nel incoscienza e contro la volontà di tutti, arrivarono i miei zii e lei disse, da prof di storia e letteratura, “wow nascere nel giorno della memoria è una bella responsabilità “e lui, prof di matematica, ” che bello 27 giorno di paga! “. E lei è cresciuta così tanto da diventare uno spettacolo. (cuore di mamma)

Sole, mare e Moscov Mule.

Oggi, in una delle mie pause mentali sul web, non di quelle da wc, ma di quelle digestive, quindi più soft per permettere una corretta assimilazione del cibo, mi sono messa a saltare da una persona all’altra tra quelle che fb mi propone come conoscenti. Mi sono imbattuta in quelle che si definiscono “mamme per caso”, “mamme per sempre” “mamme per amore”, “avventura di noi” e la pausa stava per trasformarsi in una di quelle da wc. Ma come si fa ad essere così? Cioè, completamente ed esclusivamente mamme. Per molte donne l’essere mamma riempie la totalità della vita: se sei mamma, sei tutto. Impensabile: io rimango sempre me stessa. Sono ANCHE mamma.

L’analisi dei vari blog, poi, mi ha fatto pensare di essere proprio di un altro pianeta. Sarò anche intollerante per natura, ma, cavolo, gli argomenti sono da palle ai piedi (e qui torna il vecchio consiglio di trombare di più, ma io sono la solita pervertita si sa). E poi li trovo anacronistici: come si fa ad avere, che so, sei figli, meno di 40 anni e avere il sorriso ebete sulle labbra, mentre ti fai foto di gruppo con scritte tipo “mare, sole, preghiera; non chiedo altro”? Quando io, per avere lo stesso sorriso, dovrei postare “mare, sole e Moscov mule”.

Per chiarire: non parlo di “mamme pancine”, ma di mamme super attente e super amiche dei loro figli, quelle che sanno sempre tutto quello che è meglio, non solo per i loro figli, ma anche per i tuoi, perché lo sentono a pelle. Poi, se vai a vedere, questi figli si drogano come caimani, però pregano. Sono quelle persone che “ah, su fb non pubblico niente, non mi piace“ e poi sui blog, pubblicano anche le cacche dei figli.

Quando ho deciso di aprire un blog, pensavo di poter interagire con altre donne anche sul l’essere mamme, ma subito mi sono accorta che come spesso mi capita, non rientravo in nessuna categoria. Niente da fare: tutte le varie community mi stavano strette, quindi ho preso le mie Pena,Panico e Agonia e mi sono tirata fuori da tutto anche perché, ok conoscere il diverso, ma se queste diversità mi fanno entrare il giramento di, è bene eliminarle anche perché, per questo, ho una bella schiera di parenti che mi tiene impegnata in questo periodo…

Chiacchiere al vento.

Spesso mi lascio trascinare con enfasi in discussioni sul futuro del mondo, non dico volutamente paese o Italia, perché per me rimane bello pensare di essere cittadina del mondo, cosa che non ostacola l’appartenenza ad una nazione specifica. Altre volte rimango muta e attonita come la cavallina storna e come lei, aspetto e spero che colui che parla sparisca e non torni… La mia tolleranza viene messa a dura prova sopratutto dalle mamme, quelle che dovrebbero aprire la mente dei figli, che dovrebbero insegnare valori belli e puri come educazione ed altruismo e invece sono solo delle cheerleaders dei loro eroi, principini e principesse, pronte a prenderne le difese sempre e comunque: che tristezza! Sia ben chiaro che anche io sono fiera di Pena Panico e Agonia, ma sono anche la prima a riconoscere se e quando sbagliano e soprattutto, non me ne vergogno, perché se penso alle caxxate che ho fatto io, rabbrividisco e nella mente si insinuano le parole della mia amica geniale “ma con una mamma come te, come pensavi venissero le figlie!” Ed è vero!

Il problema del momento ad esempio, è la scelta della scuola media per le Twins e dell’università per Agonia.

Al giorno d’oggi se vuoi sapere cosa sia la cattiveria, basta avvicinarsi ad un gruppetto di mamme che aspetta l’uscita del figlio da scuola, io solitamente sono quella con la musica a palla nelle cuffie, gli occhiali da sole e le scarpe comode, limito al minimo i contatti perché mi conosco e potrei risultare offensiva se aprissi bocca. Quando si dice che il mondo è bello perché è vario, si sbaglia: dovremmo essere tutti un po’ più uguali o quantomeno pensare di esserlo. Cmq sì, la cattiveria, quella pura la puoi trovare lì; fossi King ambienterei vicino alle scuole il prossimo best seller, magari alla Pet Cemetary, dove per salvarli, si seppelliscono i bambini insieme al libro a cui vorremmo assomigliassero, per poi scoprire che tutti una volta tornati, si sono ispirati al perfido antagonista e non al candido protagonista.

Tornando al problema della scelta delle scuole medie, sinceramente mi sono già rotta le palle di frasi tipo “lì no li c’è un prof tremendo”, “ là no eh, perché vi sono i bulli”, “ laggiù fanno studiare troppo” “ una mia amica mi ha detto che ..” boia de, ma com’è che tutti hanno un’amica che ha fatto esperienze ovunque e che sa saggiamente cosa consigliare? le mie amiche al massimo mi danno consigli tipo “ perché, tu cosa avresti fatto?!” E tutto mi ricade addosso… penso che studiare sia importante, ti apre la mente, ti permette di pensare con la tua testa senza fidarsi ciecamente delle opinioni altrui e poi se sono sopravvissuta alle medie e superiori quasi finite di Agonia, sono pronta a tutto. Non scherzo: in prima media la prof di religione, piccola parentesi trovo assurdo paragonare lo studio della religione allo studio delle altre materie quella di farle frequentare tale materia fu una scelta obbligata perché la scuola non offriva la lezione alternativa, mi mandò a chiamare perché aveva avuto uno scontro in classe con la

bambina sul tema del matrimonio omosessuale. In sintesi: Agonia era favorevole la prof no. Oppure la prof di musica che si lamentava perché la bambina sapeva suonare il flauto meglio con il naso che con la bocca! Insomma, sono pronta a tutto, purché studino e si impegnino, perché se si semplifica la vita e si levano le responsabilità a ‘sti figli, si creano dei “poverini”, termine che odio, mia mamma lo usava sempre per mio fratello, per giustificarlo in qualunque cosa, “ma fa freddo e lui poverino non vuole uscire..” “ ma poverino lascialo stare che è stanco”, da prendere a testate anche perché poi a furia di sentirselo dire, uno ci diventa poverino. E di poverini al mondo ce ne sono anche troppi.

P.s. la scelta dell’università è più complessa, magari ne parliamo più avanti. Stay tuned.

L’altro figlio. S. Guskin

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La dose settimanale è arrivata. Devo però iniziare ad avanzare pretese perché anche questo libro ha come protagonista un bambino problematico: il prossimo lo voglio su vecchie signore in cerca di emozioni.
Da perfetta spacciatrice, la mia pusher mi ha dato il libro sussurrando:
“roba buona, una via di mezzo tra schizofrenia e paranormale” e me lo ha infilato in borsa. L’allenamento non era ancora iniziato e già sudavo.
Ho iniziato a leggere, scorreva veloce, le storie si intrecciavano bene, ma cavolo, si stava aprendo un mondo sul paranormale, sul post mortem, sui bambini che hanno ricordi di vite passate e questo mi ha inquietata parecchio. Il mio materialismo mi spinge a credere che una volta morta, sono morta, ma se poi mi sbaglio?Questa mia incapacità di affrontare temi che mi spaventano, perché non si hanno certezze, dopotutto nessuno è ancora tornato a raccontare niente (che io sappia e se qualcuno ha informazioni diverse, se le tenga, non lo voglio sapere), mi ha portato a leggere il libro tutto d’un fiato per togliermi il pensiero e capire con cosa avevo a che fare. A dire la verità non mi ha creato turbamenti particolari, anche le ricerche dello psichiatra si che alternano alla narrazione, sono abbastanza verosimile. Sono stata vicina alle madri nel loro dolore e all’altro figlio. Tutto sommato mi è piaciuto anche se, a  scanso di equivoci ripeto il prossimo signore allegre in cerca di avventure.

Scrivo per passione e leggo per vivere.

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Sono rimasta indietro con “obiettivo 52” perchè, come ho già accennato, avevo bisogno di vivere, di vivere altre vite oltre la mia, di trovare spiegazioni, consigli, di non sentirmi sola, unica. Avevo la necessità di isolarmi, di concentrarmi su problemi degli altri, di perdermi in giri di parole e così è stato.
In questi periodi sono paragonabile ad un tossico: nella mia borsa ci deve sempre essere un libro, così come in cucina o sopra al comodino. Non leggo più in bagno da quando ho perso la mia copia di “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”: ogni luogo ha la sua lettura. Questa mia dipendenza è fin tropo nota alla mia famiglia, li facilita molto quando devono o, più raramente, vogliono farmi un regalo. Forse è proprio a causa loro se ho avuto un freno sulla scrittura; per il mio ultimo compleanno il compito di scegliere il regalo è toccato a Camilla, che per l’occasione chiamerò con il soprannome più adatto di Tardilla. Tardilla è andata diretta in libreria e dopo un’accurata ricerca, pare anche dietro consiglio del commesso, mi ha preso la mia dose di felicità. Così, come da tradizione, spente le candeline, ormai troppe, sono pronta a ricevere l’inatteso regalo, quando l’adorato marito, tanto buono e caro ma messo male a sensibilità, raduna tutta la ciurma e chiama Tardilla dicendo:
“Cami porta il libro a mamma!”
e addio sorpresa, sapevo che avrei ricevuto un libro, ma un po’ di mistero fino all’ultimo è chiedere troppo? Evidentemente sì. Le sorprese però non finiscono perché la genialità del regalo è stata disarmante: ho ricevuto il terzo volume di una trilogia di cui io non avevo letto i primi due. Favolosi! Faccio notare la cosa, sottolineando l’amore con cui è stato effettuato il gesto, al che rispondono:
“Ma noi lo abbiamo fatto così puoi comprarti i primi due!”
A quel punto io ho replicato:
“Ceerto, io per il vostro compleanno vi regalo una ruota e la bici ve la comprate voi”.
Quindi capite bene che dovevo leggere senza soffermarmi a scrivere, avevo bisogno di ossigeno puro senza compromessi.
Ho letto talmente tanti libri, che si meritano un post a parte… il prossimo. Stay tuned!

15 giorni di separazione.

Quindici giorni senza figlie sono tanti, si corre il rischio di dimenticare di averle e avere un trauma ritrovandosi con due scimmiette urlanti che ti fracassano le palle per ogni cosa e un’adolescente che sembra agonizzare per ogni affermazione. Tutto questo mi convince che il prossimo anno non sarebbe male spedirle tutte e tre in un bel campo scuola nell’Est Europa: dicono che lì insegnino il rispetto e l’educazione alla vecchia maniera.

Imprenditrice familiare.

Una donna che riveste un ruolo di potere viene sempre vista con sospetto: io non faccio eccezione. Da sempre vengo presa di mira dai miei sottoposti. Sono due settimane ad esempio, che un dipendente ha deciso di ammalarsi, quindi è rimasto a casa e come se non bastasse, è stato colto da Pavor Nocturni (per chi non li conoscesse sono dei simpatici attacchi di terrore notturno in cui il soggetto ha gli occhi aperti e le pupille dilatate, urla di terrore e schizza da una parte all’altra del letto chiedendo aiuto al titolare, la mamma in questo caso). La scorsa settimana ho avuto una media di 45 minuti di sonno, quindi sono indietro di diversi giorni e ne hanno subito tutte le attività collaterali poiché, a parte respirare, non sono stata in grado di fare molto altro. Cerco di rimettermi in pari appena possibile, non me ne vogliate.

Nel frattempo.

Il suo grande problema era la tempistica, quello che la fregava veramente era quel “nel frattempo”. Perché nel frattempo c’è la vita, c’è sempre qualcosa di meglio da fare che cucinare; adesso, però, deve rimanere concentrata. Sembra semplice. Armata di tutte le buone intenzioni, prende una pentola capiente; pulisce sedano, carota e cipolla e li immerge in tanta acqua, aggiunge la carne, mette tutto sul fuoco e adesso deve solo aspettare.
Il miglior modo che conosce per passare il tempo senza uscire di casa è leggere un buon libro. Si impone di controllare ogni dieci pagine come procede il brodo, ma lo scadere del tempo di cottura non coincide con la fine del capitolo, così porta il libro con sè in cucina e, mentre toglie la pentola dal fuoco, continua a leggere. Gli occhi sono ancora sul libro nel momento in cui versa nel colapasta il brodo appena fatto, solo uno schizzo di liquido bollente la riporta alla realtà.
Vabbè, dai-pensa- lo svezzamento inizierà domani.

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