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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

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Milano da chiacchierare 

Ricordo come fosse ieri le avventure in bicicletta a 12/13 anni, verso Viareggio, terra per noi lontana. E ancora: le telefonate fatte appena tornata a casa da scuola, le confidenze sui ragazzi, i primi problemi estetici e non solo, la voglia di andare lontano. Poi scelte diverse, tra studi e compagnie, ci hanno separato ma mai allontanato. Io, fagocitata dalla famiglia, lei dal lavoro, dallo studio, fortunatamente è più facile vederci e trovare il modo per metterci in contatto grazie a Facebook. 

Per me, che non ricordo dal naso alla bocca, sapere che lei comunque, si sarebbe ricordata del mio compleanno, era una cosa unica, tanto che quest’anno, quando alle 20 non mi erano ancora arrivati i suoi auguri, ero in pensiero. Poi, la telefonata…qualche chiacchiera e lei butta lì un “non mi viene mai a trovare nessuno” a cui è seguito il mio istintivo” vengo io!”  

E oggi sono al settimo cielo, preparo la valigia e risparmio le corde vocali  perché in due giorni ci dobbiamo raccontare gli ultimi 14 anni.

Ars coquinaria precocis. Dado vegetale.

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All’insegna del “però è buono!”, mi sono decisa a condividere le mie ricette culinarie che devono tener conto di vari fattori:
1. Senza glutine;
2. Poche calorie (per la simpatica fase di prediabete in cui si trova Agonia)
3. Frutta e verdura di stagione, a km zero e se possibile, bio
4. Breve tempo di preparazione, perché trovo sempre qualcosa di meglio da fare.
Nella vita di tutti i giorni se non avessi le mie amiche a sostenermi sarei una donna distrutta. Loro mi aiutano, mi proteggono, quindi prima di andare oltre devo un grazie di cuore a Lavatrice e lavastoviglie.
In cucina invece, ho da poco scoperto un amico che si sta trasformando in qualcosa di più. Possiede tutti i requisiti che cerco: è naturale, veloce, dà sapore, insomma, rende tutto più interessante. Lui è il mio dado vegetale, fatto con le mie manine. Per prepararlo non bastano 30 secondi, ma il fatto che con lui riesco a rendere saporite anche le suole delle scarpe, non ha prezzo.
Innanzitutto come sempre è necessario avere ingredienti di prima qualità quindi procuratevi: sedano, carote, cipolle, porri, zucca, zucchine, prezzemolo, basilico, aglio, pomodorini. La parte noiosa è pulire tutto, poi bisogna fare a pezzetti le verdure e metterle in padella con un po’ d’olio. Quando cominciano a dorare, unire un etto di sale per ogni chilo di verdure. Lasciare asciugare a fuoco moderato e quando la melma inizia ad attaccarsi alla padella, è il momento di toglierla, metterla in una ciootola e frullare con il minipimer.
È necessario rimettere tutto in padella a fuoco moderato per far ritirare bene bene. Una volta che il composto è bene disidratato, è il momento di farlo freddare (io lo stendo su di un foglio di carta stagnola). Appena freddo lo metto in freezer e al bisogno ne prendo un pezzo.
Una sola parola favoloso!!!!
Foto di Nicoletta Arduini (https://www.instagram.com/nikovero7007/)

Frau, La Mitica e le mamme di oggi.

I.

Il potere della fantasia non si ferma mai, anzi, invecchiando migliora se si tiene in allenamento. Io, grazie ai vari superpoteri, faccio quotidiane sessioni di esercizi per rimanere sempre con gli occhi socchiusi e la mente spalancata. Sono spesso circondata da persone più grandi me, non sempre per mia scelta, spesso per necessità, comunque, il fatto è questo : ci sono alcuni soggetti che si prendono troppo sul serio, soprattutto le mamme all’uscita di scuola, che si atteggiano a eroine, o peggio a strafiche, finte-inconsapevoli, della serie “ioo?! non riesco neppure a pettinarmi” e magari hanno una crocchia tirata che non sarebbe riuscita neanche alla Osiris. In quel preciso istante (o di fronte a certi personaggi) si attiva la mia parte intollerante che a sua volta fa ribollire l’acido presente in me e se il filtro bocca/cervello funziona, la cattiveria la dico nella mia mente e trasformo il soggetto in un personaggio del mondo dello spettacolo, se il filtro è difettoso pronuncio davanti a pochi intimi i miei sentimenti, nascono buffi soprannomi e ci facciamo due risate. Se il filtro si rompe, però, nascono le tragedie. Questo superpotere ha fatto nascere personaggi come Frau Blucher: una mamma della peggior categoria, non solo perché mi ha chiesto se ero incinta e non lo ero, ma perché è una di quelle super gentili che ringraziano per qualunque cosa tutto tutti e ti fanno pensare che dietro ci sia della finzione. Una di quelle vestite sempre secondo le 1000 sfumature del grigio topo, sempre austera, una di quelle che dice “vulva”, che, se ride, si mette la mano davanti alla bocca, che ha un tono di voce alla Sbirulino e sopratutto che va al coro della chiesa perché, parole sue non tromba, almeno così pensa ad altro (conoscendo la fama del prete credo che faccia lezioni private). Da e con lei sono nati anche Baby Frau e il piccolo Igor, so che non si scherza sui bambini ma dovreste conoscerli: uguali!

Alla categoria del filtro difettoso appartiene ad esempio anche La Mitica, perché, pur partendo dal presupposto che ognuno è libero di fare quello che vuole, nei limiti consentiti dalla legge, questo soggetto esagera: si invecchia tutti ma non tutti lo accettano e soprattutto non tutti maturano. La Mitica si è fatta un tattoo sulla mano, un cuore sul dito, insieme alla figlia di 14 anni e ha postato le foto con scritto “vero amore”. E qui il filtro ha tirato la prima crepa.

Pollyanna, fa categoria a sé; qui si può notare una sorta di evoluzione dei miei poteri, perché, se prima con soggetti appartenenti al genere perdevo il controllo e li insultavo, adesso come li individuo li evito. Caratteristica fondamentale della categoria è l’essere perennemente con il viso sofferente, la disgrazia sempre dietro l’angolo e l’avvoltoi sulla spalla. C’è chi crede che se di notte davanti allo specchio dici tre volte Pollyanna al contrario, lei appare e ti frantuma le palle tutta la giornata con le sue disavventure.

 

London Calling

Che sono compulsiva lo avevo già detto, che sono maniaca del controllo forse ancora no. Forse “maniaca” non è il termine adatto perché non devo avere tutto sotto controllo, non lo ritengo possibile, però cerco di ridurre gli imprevisti al minimo quando provo ad organizzare qualcosa.
Nel programmare l’imminente viaggio a Londra (essendoci Pena, Panico e Agonia al seguito non può essere classificata come vacanza,non ne ha i requisiti base)  devo tenere conto di:
– fattore senza glutine, quindi cercare locali e portare cibo
– fattore climatico, quindi preparare vari cambi per le nane
– fattore sfiga, si ammaleranno
– fattore shopping compulsivo e così via
Inizio con entusiasmo: compro le guide Lonely Planet anche la versione per bambini, scarico elenchi di locali gluten free, cerco negozi cool, con Google Maps scelgo percorsi adatti per le varie attività, mi informo su orari dei musei e poi come per magia, appena faccio il check-in,  mi sembra di essere già tornata dal viaggio e così rimando tutto all’ultimo secondo, anzi, senza dirlo al marito, visto che ci sono, guardo i voli per il prossimo viaggio.

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Meno capre per tutti !

Per sentirmi meno capra, vi propongo un evento: “Sea and coffè”.  La performance di un’amica, una di quelle che ha trovato il suo equilibrio un briciolo sopra la follia, per questo è in perenne evoluzione.

 

“Sea and coffè “

Transition around un “restore”( una carta di Pietroiusti in restauro) en dialugue avec (featuring)
Paola Nannipieri ’s works

A cura di Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri
In collaborazione e presso il laboratorio di restauro di Federica Soriani e Massimo Filippelli
Opening sabato ore 18

In partenza dallo studio di viale di Trastevere, Cesare (Peitroiusti) dona a Betty (Elisabetta Nesi) una carta, più esattamente un caffè su carta, una sorta di elegante macchia scorpione ottenuta credo con procedura quasi stocastica. Per accidente, per sorte avversa o forse propizia, non è facile da dirsi questo, la carta suddetta subisce un ulteriore rovescio; no, non quello originario di produzione; infatti pochi giorni prima della morte (causata da un occlusione del coledoco, con conseguente avvelenamento da birobulina) mio padre, già indebolito, lascia cadere sul tavolo un bicchiere di caffè : l’opera di Cesare, che si trovava nei pressi per essere più adeguatamente incorniciata, viene investita da un inaspettato dripping che va confondersi e sovrapporsi al lavoro originario. Cominciamo a riflettere sulle eventuali procedure di restauro, Judith ipotizza una nuova realtà d’opera seguendo un percorso teorico contiguo all’idea dell’arte relazionale, un’opera nuova. Decidiamo di coinvolgere Federica Filippelli Soriano e la chiamiamo al telefono. Federica lavora con il marito Massimo: hanno uno studio di restauro che da anni accoglie il Contemporaneo in restauro. Il giorno seguente portiamo l’opera allo studio e lì Judith vedendo l’opera sul tavolo sente che il lavoro di restauro deve necessariamente passare attraverso procedure relazionali .Si! yeah! Ecco l’idea che subito Federica e Betty sposano con entusiasmo. Tutto il lavoro di Judith ed il mio in questo momento sono articolati intorno al pensiero e al corpo di un paradigma di arte al femminile, fuori dalle logiche di mercato anche espositive. Così potrebbe essere davvero bello se quest’opera in restauro (ma potremmo e possiamo allargare ad altri lavori in restauro questa attività) se quest’opera appunto che è di proprietà di Elisabetta – un‘opera privata è spesso privata anche di visibilità – potesse essere vista anche da altri, e fosse quindi accompagnata da altri lavori, da altre opere che dialogassero con lei, fossero motivo di scambio, di dialogo, si ispirassero anche, si aprissero ad una e più relazioni, mostrassero queste dinamiche: un restauro ovvero una restituzione di visibilità , la natura reale delle opere che invero è quella di essere sempre delle agorà, ovvero dei luoghi di scambio, di incontro, di socializzazione: il possesso capitalizzante, collezionistico ne è la morte o almeno l’invalidante mutilazione. Si decide di coinvolgere un’artista che lavora con le macchie ma non stocasticamente, ottenute piuttosto con controllo, controllate, bordate, rese materiche dalla sabbia e dall’eccesso di vernici in una sorta di incontro fra pop, Burri e cake designe. L’artista è mia sorella, Paola Nannipieri, figlia dell’interattore macchiante l’opera di Cesare che chiamo: al solito mi risponde con una domanda di rito:”ma chi ascolta più le segreterie telefoniche?” beh su una vecchia meil mi ha scritto che “è bello essere usati ed usare” così decidiamo di usarlo senza imbarazzi. Le opere, macchie fissate, onde bloccate con bordi da torta e sabbia inamovibile, opere marine e antistocastiche di Paola sono in dialogo restaurante con la carta doppiamente caffeinica di Cesare (e di nostro padre?). Paola accetta la proposta di usare la macchia scorpionica originaria? come modello per altre opere, quali un grande telo che andrà a coprire un altro grande quadro in restauro, opera che il proprietario sembra non voglia mostrare negando così a quel lavoro un vero restauro ovvero la restituzione di visibilità e l’apertura come piazza, luogo di scambio e di incontro; della materialità ultra relazionale di un lavoro, poco ci interessa, soprattutto se il valore di cura, di bellezza condivisibile che ogni opera porta con sè, non ha la morbidezza, l’eleganza di un cuscino, di un ricamo su una tovaglia, di un rotolo ripiegabile: anche le opere inutilmente rigide perdono la loro natura dura e patriarcale nel farsi oggetti e luoghi di piacevoli, non convenzionali , delicati restauranti incontri. Un grazie a Betti, a Federica e a mia sorella Paola per aver accettato questo dialogo, questo incontro.
Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri

 

La prima volta che ….

Ogni volta che sento dire “Stai tranquilla” mi sale un brivido lungo la schiena, perché mi ricordo quando quasi venti anni fa, un bel ragazzo, me lo sussurrava nelle orecchie. Dopotutto, è stata proprio la sua capacità di farmi sentire al sicuro anche in mezzo ad un attacco di zombie che mi ha attratto fin da subito. Da quelle parole sussurrate con amore al ritrovarsi urlante in sala parto è stato un attimo: un anno dopo quell’episodio di fiducia mal riposto, mi sono ritrovata in un ospedale a cercare di mettere al mondo una bambina, che per similitudine e somiglianza verrà ricordata con il nome di Agonia. L’esperienza del parto che tutte mi dicevano essere un momento indimenticabile, in effetti lo è stato, c’è voluto del tempo prima che mi dimenticassi la sfilata in barella attraverso il reparto diretta verso la sala operatoria: sembravo un pachiderma indemoniato, maledicevo tutti quelle sciagurate persone che incrociavano il mio sguardo e per rendere il tutto ancora più teatrale, dietro di me c’era bicipiti d’oro che si scusava con tutti.

Celiaci e contenti.

Più che la regina dei fornelli, sono la dea dell’arte dell’arrangiarsi, quindi  capirete il mio dramma quando la celiachia mi ha battuto per tre a zero. Sì, perché su tre figlie, tre sono celiache. Mi si è aperto un mondo, o per meglio dire,  un mondo mi ha aperto il cranio. Dopo un iniziale fase di smarrimento, le cose sono migliorate, sia perché non sono io che ho trasmesso la mutazione, ma mio marito, sia perché non ci sono alternative. La celiachia è tornata, recentemente a far parlare di sé,  in seguito al servizio della trasmissione Report. Report è una di quelle trasmissioni che non sai mai se schedare come “il miglior modo di finire la settimana” o “il peggior modo di iniziare una nuova settimana”. Fatto sta che quella domenica non ho guardato il servizio sulla celiachia;  il lunedì vengo travolta da una serie di commenti,  fatti su FB, da celiaci  scandalizzati dal pezzo andato in onda. Vado sul sito di Report,  guardo il servizio  e lo trovo preciso, reale, per niente fuorviante;  fatico a capire tutto il clamore sollevato, sarà che io è da anni che trovo vergognoso far pagare 250gr di pasta anche 6 Euro, che faccio notare come i vari alimenti siano strapieni di zuccheri o additivi, che i buoni servono solo per far arricchire la grande distribuzione e qualche politico a Roma. Non ho mai permesso alle mie figlie di sentirsi malate,  diverse sì, non tanto perché non possono ingerire glutine, ma perché così è il mondo, così è la vita, siamo tutti diversi c’è chi ha gli occhi azzurri, c’è chi ha i capelli lunghi e chi è celiaco, non dobbiamo fare un dramma per una cosa che è facilmente arginabile. Non voglio sminuire la celiachia, perché so quanto è difficile,  ma vi assicuro che ogni volta che vado al Meyer per un controllo penso ” che fortuna che sono celiache”.

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