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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

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amici

Ognuno al suo posto.

A voi non succede di isolarvi dal resto del mondo, anche solo per pochi secondi, non come un eremita ma come una sorta di asceta che riflette su quanto ha appena sentito dire? Spero di sì, perché a me capita spessissimo, soprattutto quando sono stanca o c’è confusione intorno a me come ad esempio in palestra. Già, vado ad allenarmi… parolone, diciamo che mi prendo cura del mio corpo per un’ora al giorno, sottoponendomi a fatiche estreme e discrete figure di merda. Direi che è più appropriato così, l’italiano è bello perché consente di poter esprimere lo stesso concetto in una marea di modi diversi.

Dicevo, che la mattina vado presto in palestra, così ho tutto il giorno libero per recuperare fiato ed energia, roba che alle 9 sono già in movimento da un po’, poi la compagnia ci mette del suo a farmi divagare perché se il mio livello di concentrazione è basso di suo, sotto sforzo è inesistente. Quindi, quando una signora come Daniela, nome di fantasia ( non è vero), tutta elegante, fashion e super raffinata, un po’ la mia nemesi, inizia a fare paragoni tra la suoneria di un cellulare con tutti gli uccellini e il proprietario del cellulare stesso, capirete che la difficoltà di restare concentrati aumenta, per cui spesso partono ammonimenti da parte dell’istruttore. L’ultima volta mi ha dato l’aut aut: se volevo partecipare all’allenamento successivo, sarei dovuta andare sul palco con lui. Ahahahahah! Dice di essere serio, al che pongo le mie condizioni: sul palco salirò solo se mi recuperava un completino alla Jane Fonda, perché bisogna avere stile anche per le figure di merda. Aspetto ancora di salire. Nel frattempo è partita un’altra riflessione, mentre io soffrivo nel cercare di fare degli esercizi sugli addominali l’istruttore ha iniziato a spiegare quanto sia importante rafforzare l’addome, non solo dal punto di vista estetico per avere pancia piatta, ma sopratutto per una migliore funzionalità degli organi interni che restano al loro posto e qui mi sono persa… perché se è vera questa cosa allora io per un po’ mi fermo. Devo lasciare più spazio al fegato: più comodo sta, meglio è, non conosco altro modo di superare il Natale con i parenti, se non arrivare brilla alla cena del 24 e finire sbronza alla cena del 25.

Meno capre per tutti !

Per sentirmi meno capra, vi propongo un evento: “Sea and coffè”.  La performance di un’amica, una di quelle che ha trovato il suo equilibrio un briciolo sopra la follia, per questo è in perenne evoluzione.

 

“Sea and coffè “

Transition around un “restore”( una carta di Pietroiusti in restauro) en dialugue avec (featuring)
Paola Nannipieri ’s works

A cura di Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri
In collaborazione e presso il laboratorio di restauro di Federica Soriani e Massimo Filippelli
Opening sabato ore 18

In partenza dallo studio di viale di Trastevere, Cesare (Peitroiusti) dona a Betty (Elisabetta Nesi) una carta, più esattamente un caffè su carta, una sorta di elegante macchia scorpione ottenuta credo con procedura quasi stocastica. Per accidente, per sorte avversa o forse propizia, non è facile da dirsi questo, la carta suddetta subisce un ulteriore rovescio; no, non quello originario di produzione; infatti pochi giorni prima della morte (causata da un occlusione del coledoco, con conseguente avvelenamento da birobulina) mio padre, già indebolito, lascia cadere sul tavolo un bicchiere di caffè : l’opera di Cesare, che si trovava nei pressi per essere più adeguatamente incorniciata, viene investita da un inaspettato dripping che va confondersi e sovrapporsi al lavoro originario. Cominciamo a riflettere sulle eventuali procedure di restauro, Judith ipotizza una nuova realtà d’opera seguendo un percorso teorico contiguo all’idea dell’arte relazionale, un’opera nuova. Decidiamo di coinvolgere Federica Filippelli Soriano e la chiamiamo al telefono. Federica lavora con il marito Massimo: hanno uno studio di restauro che da anni accoglie il Contemporaneo in restauro. Il giorno seguente portiamo l’opera allo studio e lì Judith vedendo l’opera sul tavolo sente che il lavoro di restauro deve necessariamente passare attraverso procedure relazionali .Si! yeah! Ecco l’idea che subito Federica e Betty sposano con entusiasmo. Tutto il lavoro di Judith ed il mio in questo momento sono articolati intorno al pensiero e al corpo di un paradigma di arte al femminile, fuori dalle logiche di mercato anche espositive. Così potrebbe essere davvero bello se quest’opera in restauro (ma potremmo e possiamo allargare ad altri lavori in restauro questa attività) se quest’opera appunto che è di proprietà di Elisabetta – un‘opera privata è spesso privata anche di visibilità – potesse essere vista anche da altri, e fosse quindi accompagnata da altri lavori, da altre opere che dialogassero con lei, fossero motivo di scambio, di dialogo, si ispirassero anche, si aprissero ad una e più relazioni, mostrassero queste dinamiche: un restauro ovvero una restituzione di visibilità , la natura reale delle opere che invero è quella di essere sempre delle agorà, ovvero dei luoghi di scambio, di incontro, di socializzazione: il possesso capitalizzante, collezionistico ne è la morte o almeno l’invalidante mutilazione. Si decide di coinvolgere un’artista che lavora con le macchie ma non stocasticamente, ottenute piuttosto con controllo, controllate, bordate, rese materiche dalla sabbia e dall’eccesso di vernici in una sorta di incontro fra pop, Burri e cake designe. L’artista è mia sorella, Paola Nannipieri, figlia dell’interattore macchiante l’opera di Cesare che chiamo: al solito mi risponde con una domanda di rito:”ma chi ascolta più le segreterie telefoniche?” beh su una vecchia meil mi ha scritto che “è bello essere usati ed usare” così decidiamo di usarlo senza imbarazzi. Le opere, macchie fissate, onde bloccate con bordi da torta e sabbia inamovibile, opere marine e antistocastiche di Paola sono in dialogo restaurante con la carta doppiamente caffeinica di Cesare (e di nostro padre?). Paola accetta la proposta di usare la macchia scorpionica originaria? come modello per altre opere, quali un grande telo che andrà a coprire un altro grande quadro in restauro, opera che il proprietario sembra non voglia mostrare negando così a quel lavoro un vero restauro ovvero la restituzione di visibilità e l’apertura come piazza, luogo di scambio e di incontro; della materialità ultra relazionale di un lavoro, poco ci interessa, soprattutto se il valore di cura, di bellezza condivisibile che ogni opera porta con sè, non ha la morbidezza, l’eleganza di un cuscino, di un ricamo su una tovaglia, di un rotolo ripiegabile: anche le opere inutilmente rigide perdono la loro natura dura e patriarcale nel farsi oggetti e luoghi di piacevoli, non convenzionali , delicati restauranti incontri. Un grazie a Betti, a Federica e a mia sorella Paola per aver accettato questo dialogo, questo incontro.
Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri

 

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