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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

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Obiettivo 52

«Dovete essere ubriachi di scrittura, così che la realtà non riesca a distruggervi.» Ray Bradbury

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Come si può non ascoltare le critiche se vengono mosse con intelligenza e da persone che stimo? Prima di iniziare una faticosissima lezione di Spinning, mi si avvicina un grande uomo, grande in tutti i sensi: sia di statura che d’animo, dicendomi che il pezzo sui libri in fila indiana lo aveva deluso, gli era sembrato un po’ troppo saccente, come se volessi vantarmi del fatto che nonostante sia un’imprenditrice, (gestisco, infatti, una piccola impresa familiare composta da tre figlie un cane e un marito- elencati in ordine di importanza), possa trovare il tempo per dedicarmi alle lettura e di conseguenza, alla scrittura. Lui parlava e io pensavo:
-ci sono veramente persone che leggono quello che scrivo e che addirittura sentono la necessità di criticarmi?!
Passato il primo momento di commozione,lo rassicuro spiegando che ero rimasta indietro con l’obiettivo 52, che avevo letto, ma non scritto e quindi volevo sintetizzare. Il SuperUomo allora mi rassicura “tu non devi scrivere quello che piace agli altri, tu scrivi quello che senti e se a me non piace te lo dico!”.Detto questo abbiamo iniziato a pedalare che in confronto Bartali e Coppi parevano bambini sul triciclo. Fatta questa doverosa premessa ci riprovo.

Finito di leggere Il giovane Holden di Salinger mi sono detta:
“Cavolo! lo avrei voluto scrivere io!”
per come scorre il testo, per la trama, per la descrizione dei personaggi; la prima lettura non mi aveva colpito così tanto, forse perché avevo 14 anni ed ero attratta da un altro genere, ma oggi lo metto tra i libri da leggere in caso di difficoltà.
“Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella e “Mio fratello rincorre i dinosauri” di Giacomo Mazzariol , mi sono stati prestati da un’amica: due libri completamente diversi per tema e stesura. Il primo, quanto mai attuale, racconta la storia
di Samia e ci offre la possibilità di riflettere sui “migranti”, le motivazioni che li spingono ad affrontare l’inferno del viaggio che spesso si conclude con la morte. Un bellissimo ritratto di una figura femminile forte, distrutta dell’irrigidimento politico e religioso. Dell’altro libro posso dire che è un simpatico esperimento, forse un po’ troppo commerciale, di come un adolescente affronta la nascita di un fratello con la sindrome di down. L’ho trovato un po’ troppo costruito, ci sono scene da famiglia cuore, di cui stento a crederne l’autenticità, mentre trovo reale la paura del futuro.
Dopo questi eccessi di realtà, avevo bisogno di rifugiarmi nel fantasy, così sono passata a leggere la famosa trilogia regalatami per il mio compleanno di cui parlerò nei prossimi post.
Come sono andata Luciano?

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Libri in fila indiana.

Nel fare una lista dei libri che ho letto, mi sono resa conto che se iniziassi a drogarmi forse spenderei meno, anche se non so se con questo tipo di dipendenza, avrei gli stessi benefici della lettura. Ecco la lista, parziale, dei miei 50 grammi di felicità : “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, “Storia della bambina perduta” tutti di Elena Ferrante. Ho trovato la trilogia piacevole, ho apprezzato la crescita stilistica di pari passo con la crescita anagrafica, alla fine sono rimasta con l’amaro in bocca, che non è un male anzi, ho avuto chiaro fin da subito con chi tra le due protagoniste avevo più affinità. Sempre della Ferrante ho letto “L’amore molesto”, ma avendolo letto dopo la trilogia, mi ha un po’ deluso, l’ho trovato incompiuto, abituata alle vicende ben più complesse degli altri libri. “Dieci minuti” di Chiara Minuti, mi è stato regalato per aiutarmi ad accettare dei cambiamenti e in parte c’è riuscito, non ho accettato la sfida della protagonista di fare una cosa nuova ogni giorno per dieci minuti, però mi ha confermato che è necessario rimanere se stessi per essere felici sempre. Con libri come “L’invenzione della madre” di Marco Peano e “La casa blu” di Massimiliano Governi, sono entrata nel girone dell’amore e della morte, dell’amore puro tra genitori e figli e della morte pianificata in seguito a una malattia incurabile o cercata nella casa blu in Svizzera. Sono state entrambe letture difficili, pagine cariche di emozioni che ancora oggi, al solo pensiero, mi fanno stringere il cuore. “La casa blu” l’ho letto dietro consiglio di un autore che adoro, Fabio Bartolomei, di cui ho finito di leggere tutti i libri, quindi è bene che si impegni a farne uscire uno nuovo a breve. Ne “La grazia del demolitore” descrive con la sua ironia graffiante e mai scontata, la società moderna divisa tra vincitori che si spartiscono soldi e terreni sulle spalle dei vinti fino a quando, per uno strano caso del destino, le due categorie si uniscono e avviene l’inaspettato.Per non farmi mancare la mia dose di ansia, mi sono rivolta a colui che disturba i miei sonni da quando avevo 15 anni, quando con Pet Sematary, mi fece odiare gli americani e la loro mania di non recintare quei cavolo di giardini. Mi sono buttata su “Duma Key”, “Cell”, “Doctor Sleep” e “La bambina che amava Tom Gordon” di Stephen King. Duma key l’ho trovato coinvolgente nella prima parte e un po’ scontato nella seconda; simpatica l’idea del potere dell’arte, ma non certo originale, a metà lettura di Cell ho capito che sarei stata tra le prime a morire, scorrevole, avvincente con quel filo di pazza perversione che tanto mi affascina. Mi sono avvicinata a Doctor Sleep con la stessa paura con cui controllo i tombini prima di passarci sopra e non mi ha delusa, degna conclusione di un pilastro che ha fatto storia. Ansia pura per La bambina che amava Tom Gordon, quel suo avvicinarsi maledettamente alla realtà, l’avere figlie dell’età dei protagonisti ha reso il tutto molto più inquietante.

Scrivo per passione e leggo per vivere.

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Sono rimasta indietro con “obiettivo 52” perchè, come ho già accennato, avevo bisogno di vivere, di vivere altre vite oltre la mia, di trovare spiegazioni, consigli, di non sentirmi sola, unica. Avevo la necessità di isolarmi, di concentrarmi su problemi degli altri, di perdermi in giri di parole e così è stato.
In questi periodi sono paragonabile ad un tossico: nella mia borsa ci deve sempre essere un libro, così come in cucina o sopra al comodino. Non leggo più in bagno da quando ho perso la mia copia di “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”: ogni luogo ha la sua lettura. Questa mia dipendenza è fin tropo nota alla mia famiglia, li facilita molto quando devono o, più raramente, vogliono farmi un regalo. Forse è proprio a causa loro se ho avuto un freno sulla scrittura; per il mio ultimo compleanno il compito di scegliere il regalo è toccato a Camilla, che per l’occasione chiamerò con il soprannome più adatto di Tardilla. Tardilla è andata diretta in libreria e dopo un’accurata ricerca, pare anche dietro consiglio del commesso, mi ha preso la mia dose di felicità. Così, come da tradizione, spente le candeline, ormai troppe, sono pronta a ricevere l’inatteso regalo, quando l’adorato marito, tanto buono e caro ma messo male a sensibilità, raduna tutta la ciurma e chiama Tardilla dicendo:
“Cami porta il libro a mamma!”
e addio sorpresa, sapevo che avrei ricevuto un libro, ma un po’ di mistero fino all’ultimo è chiedere troppo? Evidentemente sì. Le sorprese però non finiscono perché la genialità del regalo è stata disarmante: ho ricevuto il terzo volume di una trilogia di cui io non avevo letto i primi due. Favolosi! Faccio notare la cosa, sottolineando l’amore con cui è stato effettuato il gesto, al che rispondono:
“Ma noi lo abbiamo fatto così puoi comprarti i primi due!”
A quel punto io ho replicato:
“Ceerto, io per il vostro compleanno vi regalo una ruota e la bici ve la comprate voi”.
Quindi capite bene che dovevo leggere senza soffermarmi a scrivere, avevo bisogno di ossigeno puro senza compromessi.
Ho letto talmente tanti libri, che si meritano un post a parte… il prossimo. Stay tuned!

Harry Potter e la maledizione dell’erede

Alla fine del libro Harry Potter e la maledizione del l’erede ci sono diverse pagine vuote da riempire credo con le lacrime e i sospiri perché se prima tutti saremmo voluti essere Harry adesso tutti vorremmo avere un babbo come lui. 

Obiettivo 52. L’arte della gioia. Goliarda Sapienza.

 
Ci sono volute un centinaio di pagine prima che capissi la portata rivoluzionaria del romanzo, mi stavo perdendo dentro i dialoghi in siciliano, alla grammatica che capivo a fatica, in mezzo a quella che credevo fosse una storia come tante di bambine nate e spedite in un convento, poi finalmente ho capito che Goliarda ha voluto scuotere, sconvolgere la società intellettuale e non solo dell’epoca ed allora mi sono innamorata di Modesta. Nata in un ambiente povero di cultura e di sostanze, capisce fin da subito che il suo corpo e la sua mente sono destinati a qualcosa di grande: arriverà infatti a sfidare la cultura patriarcale, fascista, mafiosa in cui vive, la sua forza è la sua intelligenza che le permetterà di diventare una ricca aristocratica ma non solo; sarà anche un’amica generosa, una madre che definire affettuosa sarebbe un limite perché il bene ai figli lo trasmette con l’esempio e l’istruzione in modo talmente attuale che mi sono immedesimata in lei parecchie volte ed infine un’amante sensuale in cerca di godere del vero piacere, sperimentando così il sesso in tutte le sue sfumature, praticandolo sia con uomini che donne con estrema naturalezza e passione. Modesta nella sua vita compie un’evoluzione che la porta ad essere da semplice essere umano condizionato dalla morale e dalla religione, a donna libera da ogni sovrastruttura realizzando questo intento soprattutto nella famiglia che gestisce come una comunità di pari in cui i figli e le figlie sono istruiti con gli stessi libri, quelli messi al bando dal regime fascista, ma comunque liberi di sperimentare tutto cio che li avvicini al piacere.

Ero tentata di mettere qualche citazione qua e lá, ma perderebbero forza, perciò dovete leggere questo libro, anche solo per dire “ma allora non sono l’unica che la pensa così”. Mi raccomando, non vi laciate scoraggiare dalle prime cento pagine, concentratetivi sul successivo piacere.

Anche questo libro è uscito dalla valigia della zia.

Obiettivo 52. Sei la mia vita. Ferzan Ozpetek

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Cresciuta con un grande uomo, mio zio, e con la grande donna che gli stava accanto posso dire che se sono così oggi è grazie (o per colpa) a loro; animata infatti da un forte spirito di contraddizione e circondata da soggetti mediocri, ogni volta che, gli zii mi portavano un libro o mi portavano in un museo, io storcevo il naso e sbuffavo perché era più semplice uniformarsi alla massa e non ricevere continui stimoli. Fatto sta che dopo anni di libri lasciati a riempirsi di polvere sugli scaffali, un giorno, decisi che forse potevo leggerne qualcuno e da quel giorno non sono più riuscita ad allontanarmi troppo dai libri, ne ho sempre uno in borsa. Che un Dio protegga gli spiriti contraddittori e le belle persone.

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Che Ozpetek fosse anche scrittore l’ho scoperto durante “Ti racconto il mio prossimo libro”, una bellissima manifestazione estiva a Pietrasanta. Mi ha subito affascinata e mi sono detta “se scrive come parla e se le sue storie sono come i suoi film allora è fatta”. Ed infatti non sono rimasta delusa dal suo “Sei la mia vita”. I personaggi che popolano il palazzo di via Ostiense ci sono, sono indimenticabili, estrosi, le loro storie sono coinvolgenti, si intrecciano e conducono ad altre figure diametralmente opposte. Il ritmo è sostenuto. Personalmente non conoscevo la Roma degli anni  Settanta-Ottanta, ero troppo piccola, ed è stato bello apprendere dell’atmosfera di libertà intellettuali e sessuali senza freni, della maledizione dell’Aids. Le pagine sono piene di sentimenti, lacrime, risate.
Le pagine stavano per finire e sentivo che mi mancava qualcosa, perchè l’uomo a cui il protagonista apre la propria vita non reagisce, non risponde; mi bastava anche solo un lamento, ma niente. Ero sul punto di bollare il libro con un NI quando, alla fine, ho capito. Forse perché anche io amo follemente.

Obiettivo 52. L’avventurosa storia dell’uzbeko muto.

Ogni volta che la zia ci viene a trovare porta con sé due bagagli: uno con i suoi effetti personali e l’altro pieno di ricordi. In quest’ultimo si nascondono sempre dei libri (nuovi, vecchi, che ha letto e le sono piaciuti, che deve ancora leggere, ma che le hanno consigliato) per tutti i membri della tribù, ma, essendo l’unica che fagocita pagine a ritmi elevati e costanti, sono principalmente per me.
Tra gli ultimi cinque questa volta mi ha colpito per primo, vuoi per il titolo, vuoi per la copertina, un libro di Luis Sepùlveda: “L’avventurosa storia dell’uzbeko muto”. E ben mi sta! Pensavo di leggere un romanzo che si avvicinasse allo stile o alla tematica di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (struttura del titolo poi ripresa in “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico” e ancora in “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”). Non per questo il libro è stato una delusione, anzi, forse la sorpresa di scoprire che, in realtà, si tratta di una raccolta di storie in cui lo scrittore ripercorre i sogni, le passioni, le tensioni gli ideali di giovani cileni; tutto ciò ha contribuito a rendere il tutto ancor più piacevole. Mi sono così ritrovata in piena dittatura, in compagnia di giovani che lottando per la libertà, combinavano per lo più pasticci; ho vissuto le loro passioni, i loro entusiasmi e i loro fallimenti tragicomici. Scoprire poi che l’uzbeko muto non è né uzbeko né muto è stato fantastico. Stretta al cuore e animo “sospeso” invece per il racconto in cui narra alcuni particolari della morte del Che: si percepisce la portata storica dell’evento e la tragedia che si sta per compiere racchiusa in quel “Spara, vigliacco, che stai per uccidere un uomo”

Consigliato a chi vuol ritrovare lo spirito ribelle, incosciente, carico di ideali che sta dentro ad ognuno di noi. È il progetto di vita. Di società.

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Obiettivo 52: Tutta la luce che non vediamo.

  

Volevo iniziare l’anno con una lettura travolgente e su consiglio di una persona che stimo, mi sono avvicinata a Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, premio Pulitzer 2015.
Seconda guerra mondiale, Saint-Malo. Pochi giorni prima dello sbarco in Normandia, la cittadina francese resiste all’occupazione dei Tedeschi. Qui si incontrano le vicende di Marie-Laure, una bambina francese con i capelli rossi e lentiggini in viso e cieca dall’età di sei anni, e Werner, un ragazzino tedesco orfano con la passione per la tecnologia e una vivace intelligenza. 
Quello che poteva essere un pesante macigno sulla seconda guerra mondiale è reso elegante, potente, ammaliante da vari fattori. Ecco quali sono, secondo me. 
La struttura brillante e lineare, formata da brevi capitoli, rende agevole la lettura. I continui sbalzi temporali e i numerosi personaggi satellite, che ruotano intorno ai due protagonisti, contribuiscono ad intricare maggiormente il romanzo. Con l’uso di una scrittura pulita e diretta Doerr ti porta direttamente dentro agli eventi, tanto da percepirne i suoni, i profumi e la luce.
Ed è proprio la luce l’elemento cardine. Quella che vede Marie-Laure, quella che immagina Werner, quella che emana una pietra maledetta… A questa luce è affidato il messaggio positivo del libro, un invito alla fratellanza, all’uso della ragione, alla divulgazione della cultura. Una luce che va cercata dentro di noi, che dobbiamo coltivare per non sprofondare nel buio. 
Credo che queste siano le motivazioni che hanno portato «The New Yorker» ad affermare che Tutta la luce che non vediamo è «una meditazione sul fato e sul libero arbitrio, su come si intrecciano durante la guerra». 

Obiettivo 52

Cresciuta con un grande uomo, mio zio, e con la grande donna che gli stava accanto posso dire che se sono così oggi è grazie (o per colpa) a loro; animata infatti da un forte spirito di contraddizione e circondata da soggetti mediocri, ogni volta che, gli zii mi portavano un libro o mi portavano in un museo, io storcevo il naso e sbuffavo perché era più semplice uniformarsi alla massa e non ricevere continui stimoli. Fatto sta che dopo anni di libri lasciati a riempirsi di polvere sugli scaffali, un giorno, decisi che forse potevo leggerne qualcuno e da quel giorno non sono più riuscita ad allontanarmi troppo dai libri, ne ho sempre uno in borsa. Che un Dio protegga gli spiriti contraddittori e le belle persone.

 

P.s. Ricordo ancora quando mi portarono un libro sull’educazione sessuale, mi vergognavo quasi a guardarlo e invece oggi lo sto ricercando per farlo leggere alle mie figlie.

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Foto di Nicoletta  Arduini (https://www.instagram.com/nikovero7007/)

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