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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

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arte

Obiettivo 52. Età di Ferro. J.M.Coetzee

Cresciuta con un grande uomo, mio zio, e con la grande donna che gli stava accanto posso dire che se sono così oggi è grazie (o per colpa) a loro; animata infatti da un forte spirito di contraddizione e circondata da soggetti mediocri, ogni volta che, gli zii mi portavano un libro o mi portavano in un museo, io storcevo il naso e sbuffavo perché era più semplice uniformarsi alla massa e non ricevere continui stimoli. Fatto sta che dopo anni di libri lasciati a riempirsi di polvere sugli scaffali, un giorno, decisi che forse potevo leggerne qualcuno e da quel giorno non sono più riuscita ad allontanarmi troppo dai libri, ne ho sempre uno in borsa. Che un Dio protegga gli spiriti contraddittori e le belle persone.

  
Anche questo libro è uscito dalla valigia della zia. Si tratta di una lunga lettera che Elizabeth Curren, insegnante in pensione ammalata di cancro e residente in un quartiere ancora soggetto alla Apartheid scrive alla figlia fuggita in America anni prima e in cui raduna i suoi ultimi ricordi confessando il suo più grande peccato: l’essere rimasta indifferente di fronte alla violenza che da sempre l’ha circondata. A sbloccarla da questa situazione di stallo emotivo che dura da una vita perché, ad esempio, non si è mai posta il problema che i domestici neri potessero avere dei sentimenti, è Vercuil, una figura misteriosa, un vagabondo, un uomo di poche parole ma mai scontate. Grazie a lui riesce ad aprire gli occhi e a vedere per la prima volta che le vittime, in questo caso bambini e adolescenti, rivendicano solo la loro uguaglianza con gli afrikaner. I personaggi sono descritti in modo tale che ne puoi percepire l’anima. Ho iniziato la lettura tuffandomi come sempre nelle parole, senza dare troppa importanza a cose superflue come il titolo o l’autore, perche se un libro esce dalla valigia della zia è un libro che merita di essere letto. Quando però mi sono trovata di fronte alla descrizione del rapporto madre-figlia ho avuto la certezza che l’autore fosse una donna tanto era intimo e delicato quello che stava descrivendo, che solo chi ci è passato può capirlo. Anche gli altri temi trattati come la morte, l’invecchiamento, la perdita di memoria, il rapporto mente-corpo sono tutti trattati con la stessa precisione e sensibilità.

Consigliato a tutti coloro che hanno bisogno di una lettura coinvolgente,intensa che tratta temi tristemente attuali.

Vedi Napoli e poi ….ci torni.

Lo scorso anno ho inaugurato una nuova tradizione: fuga romantica con il mio amore per il suo compleanno. Non è stato semplice sia dal punto di vista logistico che affettivo, comunque una volta sistemate Pena, Panico e Agonia siamo partiti emozionati come non mai destinazione Madrid… ma questa è un’altra storia. Quest’anno ho scelto Napoli, andiamo in treno (non Italo, tranquilli) e con amici. Sto organizzando una visita di tre giorni, le cose da vedere sono veramente molte e spero di dare la precedenza alle cose giuste. Credo che Napoli sia una di quelle città che più che visitata vada vissuta, quindi inevitabilmente la nostra esplorazione deve partire dal cuore della città, la Spaccanapoli, una via centrale che la taglia in due e va dai Quartieri Spagnoli al quartiere Forcella. Da visitare durante il percorso la Piazzetta del Nilo e la chiesa di Sant’Angelo a Nilo che conserva il sepolcro del cardinale Rainaldo Brancacci, realizzato nel1426 da Donatello. Si dice che a Napoli vi sia un luogo dove regna il silenzio: la Basilica di Santa Chiara. Credo sia inevitabile una lunga passeggiata lungo via Toledo dove si trova la Galleria Umberto I, da lì pensavo di andare al Castel Nuovo, il Teatro San Carlo e piazza del Plebiscito. Ho saputo che il quartiere Chiaia è l’ideale per fare Shopping a tuttotondo. Sicuramente non mi lascerò sfuggire l’occasione di visitare Palazzo Reale di Capodimonte e la Napoli Sotterranea. 

Detto ciò chiedo ai napoletani e non: mi dimentico qualcosa? Dove posso mangiare veramente bene?

Obiettivo 52. Sei la mia vita. Ferzan Ozpetek

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Cresciuta con un grande uomo, mio zio, e con la grande donna che gli stava accanto posso dire che se sono così oggi è grazie (o per colpa) a loro; animata infatti da un forte spirito di contraddizione e circondata da soggetti mediocri, ogni volta che, gli zii mi portavano un libro o mi portavano in un museo, io storcevo il naso e sbuffavo perché era più semplice uniformarsi alla massa e non ricevere continui stimoli. Fatto sta che dopo anni di libri lasciati a riempirsi di polvere sugli scaffali, un giorno, decisi che forse potevo leggerne qualcuno e da quel giorno non sono più riuscita ad allontanarmi troppo dai libri, ne ho sempre uno in borsa. Che un Dio protegga gli spiriti contraddittori e le belle persone.

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Che Ozpetek fosse anche scrittore l’ho scoperto durante “Ti racconto il mio prossimo libro”, una bellissima manifestazione estiva a Pietrasanta. Mi ha subito affascinata e mi sono detta “se scrive come parla e se le sue storie sono come i suoi film allora è fatta”. Ed infatti non sono rimasta delusa dal suo “Sei la mia vita”. I personaggi che popolano il palazzo di via Ostiense ci sono, sono indimenticabili, estrosi, le loro storie sono coinvolgenti, si intrecciano e conducono ad altre figure diametralmente opposte. Il ritmo è sostenuto. Personalmente non conoscevo la Roma degli anni  Settanta-Ottanta, ero troppo piccola, ed è stato bello apprendere dell’atmosfera di libertà intellettuali e sessuali senza freni, della maledizione dell’Aids. Le pagine sono piene di sentimenti, lacrime, risate.
Le pagine stavano per finire e sentivo che mi mancava qualcosa, perchè l’uomo a cui il protagonista apre la propria vita non reagisce, non risponde; mi bastava anche solo un lamento, ma niente. Ero sul punto di bollare il libro con un NI quando, alla fine, ho capito. Forse perché anche io amo follemente.

L’allegra brigata in laguna.

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Aria fresca e frizzante, sole unico protagonista del cielo e un manto di brina hanno accolto la nostra allegra brigata in visita al Lago di Massaciuccoli. Ogni membro della comitiva ha contribuito ad arricchire la giornata, partendo da Nicola, la guida naturalistica, che ha indirizzato la nostra attenzione sui vari animali che stavamo per vedere come il falco di palude, l’airone cenerino, l’airone bianco maggiore, il beccaccino, la folaga, il germano reale, l’usignolo di fiume, la cannaiola e il cannareccione nel canneto. Essendo inverno abbiamo potuto ammirare anche svernatori come il cormorano, lo svasso maggiore, lo svasso piccolo. Non ha mancato di fornire abbondanti nozioni sulla fauna della laguna. A documentare la passeggiata ci ha pensato Sergio Pietra Caprina, che, videocamera alla mano, ti invogliava/intimava a prestare attenzione.
La visita agli scavi della  Massaciuccoli Romana ha contribuito a rendere speciale una bella giornata.
Ma per averne veramente conferma io ho un metodo del tutto infallibile, usato stavolta per capire se l’esperienza naturalistica/culturale ha lasciato il segno: domandare a Pena&Panico “cosa vi è piaciuto della visita alla Laguna di oggi?” e poi sperare per il meglio. Stranamente sono state d’accordo nel mettere la laguna ghiacciata al primo posto nella classifica delle cose più belle. In effetti si sono divertite a spaccare l’esile lastra di ghiaccio che si era venuta creare in prossimità della riva e poiché la mela (o la pera, non ricordo) non cade lontana dall’albero, il babbo ha insegnato loro quanto è bello lanciare grossi pezzi di ghiaccio e vederli mentre si frantumano in mille pezzi creando bellissimi giochi di luce. Risultato: piedi dentro l’acqua, scarpe di tela inzuppate e mal di gola serale. Al secondo posto hanno posizionato a pari merito le terme degli antichi romani (“sai che bella l’acqua calda in quelle piscine a mosaico!”) e il falco di palude, avvistato mentre sorvolava maestoso il canniccio.
Nei capanni sono riuscite a mantenere il silenzio richiesto grazie anche, ancora una volta al babbo, che aveva portato un cannocchiale da urlo. Solo al terzo posto si è classificato il museo della Lipu, ma solo perché, a quel punto erano stanche.
Due parole sul museo le spendo volentieri. Complimenti a chi in due stanze, è riuscito a racchiudere tutta la magia della laguna. La prima stanza è dedicata a tutti gli animali e le piante che si trovano sopra la laguna, la seconda invece, a cui si accede dopo aver oltrepassato una tenda scura e pesante, mostra tutto quello che si trova sotto la laguna tramite un percorso che si illumina man mano che si procede.
La grande delusione è stata il non riuscire a vedere la pianta carnivora.

La Villa degli Errori.

Continuando a  riflettere su opportunità di cura e crescita del patrimonio culturale livornese mi soffermerei ancora una volta su Villa Mimbelli, perché quando vieni a sapere che il Museo Fattori, che, come tutti sappiamo possiede la più importante collezione macchiaiola al mondo, è sulla carta  l’antagonista del Museo d’Orsay di Parigi ( https://www.facebook.com/nicola.stefanini.9?fref=photo&__mref=message_bubble), qualche domandina sorge spontanea. La prima, la più stupida, che mi parte in automatico è “Perché?”. Amo viaggiare, conoscere luoghi e culture diverse, trovo sempre tutto interessante, bello, pulito, curato, poi, da brava italiana media, mi chiedo perché in Italia non riusciamo a valorizzare appieno il nostro patrimonio; ogni città italiana, ogni paese ha una storia da raccontare  e Livorno ha veramente tanto. Considerando, solo che sbarcano nugoli di croceristi  e che non tutti vanno  a Pisa o Firenze,  perché il Museo Fattori, antagonista del Museo d’Orsay, fa una media di 2,5 visitatori paganti?  Perché le scuole, parlo per esperienza diretta con elementari e superiori, non hanno un dialogo costante e continuo con il museo? 

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A domande semplici seguono semplici osservazioni. Come ho già detto, non sono di Livorno, quindi per orientarmi in città seguo l’istinto e le indicazioni e vi posso assicurare che se si vuol  raggiungere il Museo non si  trovano  grosse indicazioni; io personalmente metterei anche dei cartelloni all’aeroporto di Pisa con le lucine lampeggianti a sottolineare “antagonista del Museo d’Orsay”, perché, se c’è una cosa che ho imparato dall’esperienza a Pietrasanta, è proprio quella di valorizzare al massimo quello che abbiamo.

 

Capisco che le difficoltà economiche impongano le attenzioni su settori socio-sanitari, che sia difficile trovare finanziamenti, capisco che la burocrazia sia lentissima, ma far finta che queste realtà artistiche non esistano, impedire ai bambini di conoscere quale aria si respirasse nella loro città, quali e quanti artisti, non solo sono venuti ma sono addirittura nati a Livorno, credo produca un impoverimento dell’animo; l’arte serve anche a nutrire quella parte di noi che guarda all’irrazionale, alle emozioni e, senza emozioni, siamo bestie.

 

Foto di Nicoletta  Arduini (https://www.instagram.com/nikovero7007/)

 

 

 

A parte l’Arte…

Non saprei quando di preciso mi sono avvicinata all’arte in maniera consapevole, dopotutto sono cresciuta in un paese dove l’arte si inizia a respirala in sala parto. Nata e cresciuta a Pietrasanta, la piccola Atene, culla dell’arte fin dai tempi remoti, ricca di storie, leggende e di laboratori artistici/artigianali. È il luogo in cui l’artista trova le mani che lo guideranno, che renderanno immortale i suoi lavori: quelle dell’artigiano. Da sempre attratta dal bello, in cerca di emozioni, rincorro l’arte ovunque mi trovi. Sono quasi tre anni che vivo a Livorno e quotidianamente scopro architetture, storie, artisti che neanche i livornesi conoscono o apprezzano, … ma voglio credere che siano solo gelosi dei loro tesori, che li vogliano semplicemente mettere al riparo dal libeccio che anche oggi tira a 122 Km/h.

Cappella di Villa Mimbelli

Di recente, una mia amica, una di quelle che cammina con gli occhi aperti, le antenne sempre su “on” e la macchina fotografica a portata di mano, si è imbattuta in un tesoro, nascosto ai più, seppur ben in vista: quindi dopo un primo momento di stupore, gli occhi sono tornati nelle orbite, le antenne hanno iniziato a vibrare e le foto sono partite a raffica, il tutto seguito da una serie di messaggi del tipo “non ci credo”, “ma ci rendiamo conto”. Mi spiega dove si trova e cosa ha visto e la cosa inquietante è che, pur conoscendo il posto perfettamente, almeno così credevo, non avevo la più pallida idea che nel parco di Villa Mimbelli ci fosse una biblioteca, piccola e deliziosa, dedicata esclusivamente all’arte. Vado in rete a cercare notizie, ma nessuno ne parla, solo un piccolo trafiletto sul sito del Comune ma niente informazioni, quasi avessero paura di farlo sapere.

 

 

La fotografia e il bravo fotografo riescono a scovare il bello, anche quando gli altri ce la mettono tutta per nasconderlo. Esternamente questo piccolo edificio sembra in rovina, come del resto anche l’adiacente Museo Fattori: non ci sono cartelli esplicativi, l’entrata è quasi nascosta e il tutto è contornato da del verde rigoglioso ciarpame. L’interno è ben ristrutturato, si presenta una navata unica con transetto leggermente sopraelevato delimitato da una balaustra in marmo e una piccola abside con decori geometrici che sembrano aumentarne le dimensioni. Trovo intelligente la scelta, viste anche le dimensioni, di rendere la biblioteca monotematica ed, avendo di fianco un museo d’arte, non restano alternative. Tolto il filtro che rende tutto più bello si iniziano a vedere i primi ammanchi. Come ho più volte rimarcato l’ambiente è esiguo quindi i libri non trovano spesso una collocazione adatta, si vedono infatti scatoloni di cartone accatastati sul transetto e, cosa ancora più triste, libri ammassati in enormi buste di plastica, quelle dei supermercati per intendersi. Provo a chiedere qualche libro in visione e, … no è meglio non dare giudizi affrettati, sono sicura che la bibliotecaria sia sicuramente più colta ed istruita di me, forse si sente prigioniera di questo luogo fantastico. Infine un breve cenno sull’orario di apertura: lunedì – sabato dalle 10.00 alle 13.00, … ma allora ditelo che non ci volete nessuno.

Per non essere solo critica, per non sembrare la zitella acida di turno ecco l’angolo costruttivo. Il luogo si presta ad una serie infinita di attività con poche modifiche: proporrei, ad esempio, di restringere ulteriormente l’argomento dei libri, magari limitandolo alle pubblicazioni inerenti al museo adiacente e tenerlo al passo con i tempi attraverso le riviste d’arte. Liberando lo spazio del transetto e dell’abside si potrebbe usare come spazio per incontri con autori, spazio per laboratori artistici per bambini mattutini, coinvolgendo le scuole, facendo appositi programmi da inserire nel POF, o pomeridiani per intensificare l’attività della vicina ludoteca con attività magari meno ludiche. L’apertura pomeridiana come sala studio in giorni prestabiliti per le scuole medie/superiori/università. Si possono organizzare contest letterari, istallazioni artistiche e tanto altro ancora. Sindaco ci sei ?!.

Foto di Nicoletta  Arduini (https://www.instagram.com/nikovero7007/)

Meno capre per tutti !

Per sentirmi meno capra, vi propongo un evento: “Sea and coffè”.  La performance di un’amica, una di quelle che ha trovato il suo equilibrio un briciolo sopra la follia, per questo è in perenne evoluzione.

 

“Sea and coffè “

Transition around un “restore”( una carta di Pietroiusti in restauro) en dialugue avec (featuring)
Paola Nannipieri ’s works

A cura di Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri
In collaborazione e presso il laboratorio di restauro di Federica Soriani e Massimo Filippelli
Opening sabato ore 18

In partenza dallo studio di viale di Trastevere, Cesare (Peitroiusti) dona a Betty (Elisabetta Nesi) una carta, più esattamente un caffè su carta, una sorta di elegante macchia scorpione ottenuta credo con procedura quasi stocastica. Per accidente, per sorte avversa o forse propizia, non è facile da dirsi questo, la carta suddetta subisce un ulteriore rovescio; no, non quello originario di produzione; infatti pochi giorni prima della morte (causata da un occlusione del coledoco, con conseguente avvelenamento da birobulina) mio padre, già indebolito, lascia cadere sul tavolo un bicchiere di caffè : l’opera di Cesare, che si trovava nei pressi per essere più adeguatamente incorniciata, viene investita da un inaspettato dripping che va confondersi e sovrapporsi al lavoro originario. Cominciamo a riflettere sulle eventuali procedure di restauro, Judith ipotizza una nuova realtà d’opera seguendo un percorso teorico contiguo all’idea dell’arte relazionale, un’opera nuova. Decidiamo di coinvolgere Federica Filippelli Soriano e la chiamiamo al telefono. Federica lavora con il marito Massimo: hanno uno studio di restauro che da anni accoglie il Contemporaneo in restauro. Il giorno seguente portiamo l’opera allo studio e lì Judith vedendo l’opera sul tavolo sente che il lavoro di restauro deve necessariamente passare attraverso procedure relazionali .Si! yeah! Ecco l’idea che subito Federica e Betty sposano con entusiasmo. Tutto il lavoro di Judith ed il mio in questo momento sono articolati intorno al pensiero e al corpo di un paradigma di arte al femminile, fuori dalle logiche di mercato anche espositive. Così potrebbe essere davvero bello se quest’opera in restauro (ma potremmo e possiamo allargare ad altri lavori in restauro questa attività) se quest’opera appunto che è di proprietà di Elisabetta – un‘opera privata è spesso privata anche di visibilità – potesse essere vista anche da altri, e fosse quindi accompagnata da altri lavori, da altre opere che dialogassero con lei, fossero motivo di scambio, di dialogo, si ispirassero anche, si aprissero ad una e più relazioni, mostrassero queste dinamiche: un restauro ovvero una restituzione di visibilità , la natura reale delle opere che invero è quella di essere sempre delle agorà, ovvero dei luoghi di scambio, di incontro, di socializzazione: il possesso capitalizzante, collezionistico ne è la morte o almeno l’invalidante mutilazione. Si decide di coinvolgere un’artista che lavora con le macchie ma non stocasticamente, ottenute piuttosto con controllo, controllate, bordate, rese materiche dalla sabbia e dall’eccesso di vernici in una sorta di incontro fra pop, Burri e cake designe. L’artista è mia sorella, Paola Nannipieri, figlia dell’interattore macchiante l’opera di Cesare che chiamo: al solito mi risponde con una domanda di rito:”ma chi ascolta più le segreterie telefoniche?” beh su una vecchia meil mi ha scritto che “è bello essere usati ed usare” così decidiamo di usarlo senza imbarazzi. Le opere, macchie fissate, onde bloccate con bordi da torta e sabbia inamovibile, opere marine e antistocastiche di Paola sono in dialogo restaurante con la carta doppiamente caffeinica di Cesare (e di nostro padre?). Paola accetta la proposta di usare la macchia scorpionica originaria? come modello per altre opere, quali un grande telo che andrà a coprire un altro grande quadro in restauro, opera che il proprietario sembra non voglia mostrare negando così a quel lavoro un vero restauro ovvero la restituzione di visibilità e l’apertura come piazza, luogo di scambio e di incontro; della materialità ultra relazionale di un lavoro, poco ci interessa, soprattutto se il valore di cura, di bellezza condivisibile che ogni opera porta con sè, non ha la morbidezza, l’eleganza di un cuscino, di un ricamo su una tovaglia, di un rotolo ripiegabile: anche le opere inutilmente rigide perdono la loro natura dura e patriarcale nel farsi oggetti e luoghi di piacevoli, non convenzionali , delicati restauranti incontri. Un grazie a Betti, a Federica e a mia sorella Paola per aver accettato questo dialogo, questo incontro.
Judith T. Lee Pin and Giuliano Nannipieri

 

“Capra, capra, capra!”

Un post di Vittorio Sgarbi sulla pagina Facebook sta diventando uno dei più virali di sempre: “Capre che non siete altro, essendo sabato, invece di andarvi a rinchiudere in orrendi centri commerciali per comprare orrendi capi di abbigliamento realizzati in Cina, visitate un museo”(cit.).

Il mondo è pieno di Capre, per cercare di cambiare qualcosa bisogna lavorare sui bambini, a tutto tondo, perché se si insegna ad apprezzare il bello, l’arte in ogni sua forma, crescendo loro lo  ricercheranno sempre. In due righe vomita addosso  mondo Sgarbi,  come spesso accade, tocca temi caldi: vita sociale, gusto estetico, sfruttamento, ecologia, economia…

Proprio per non sentirmi Capra, organizzo spesso, per la famiglia visite guidate a musei, con laboratori didattici per le piccole, l’ultima mostra visitata è stata – Toulouse Lautrec Luci e Ombre a Montmartre – a Palazzo Blu a Pisa. La visita non ha risparmiato chicche e aneddoti degni di nota. Sofia, meglio nota come Pena, forte del fatto che la zia le aveva regalato il libro “ C’era una volta Henri….”di Daniela Sbrana, faceva la saputella, così, quando la guida dopo aver fatto notare l’aspetto fisico di Toulouse ha detto che morì giovane, lei se ne è uscita con un “…ma certo era malato di bassite..”. E da lì tutto in discesa. Durante il laboratorio hanno realizzato un cappello alla moda parigina dell’epoca.

Sempre per non sentirmi Capra, ma soprattutto per non far diventare le mie figlie delle Capre, boicotto le multi nazioni, cerco di comprare indumenti provenienti da paesi in cui non sfruttano i bambini, sono iscritta a GAS alimentari, preferisco il km zero e il biologico alla grande distribuzione, produco personalmente i saponi per lavatrice e lavastoviglie. Magari non salverò il mondo, ma vivo meglio sapendo che, seppure in piccola parte,  non contribuisco a distruggerlo. Ma questa è un altra  storia…..

 

 

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