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Solo a Livorno. Sono ormai 4 anni che mi ripeto che certe cose possono accadere solo a Livorno. La gentilezza, ad esempio, dà fastidio, mette subito in difficoltà; vuoi mettere quando entri in un bar e sentirti dire:”Buongiorno, cosa le posso offrire?” al posto di “Vieni bella che ti do?” Le cose prendono subito un altro sapore, sono più genuine, meno filtrate. A volte il livornese moderno, quello troppo influenzato dai telefilm americani, rischia di eccedere in ignoranza, ma sono casi isolati. Comunque sia un requisito fondamentale per poter sopravvivere a Livorno è quello di non essere permalosi, neppure per sbaglio, non puoi avere ripensamenti, devi essere in grado di accettare qualsiasi presa per il culo, perché tutto, ogni aspetto del quotidiano, per essere meglio sopportato, deve subire durissimi affondi di satira popolare e al tempo stesso se vuoi essere accettato, devi essere in grado di sdrammatizzare ogni cosa a partire dal presupposto che tutti hanno la mamma troia. Questo costume toscano, che si è perfezionato a Livorno facendo nascere anche vari maestri, a partire dagli autori del Vernacoliere, geni indiscussi dello scibile umano, riesce a produrre ad esempio, spettacoli, come quello a cui ho assistito di recente, che veramente ti fanno dire “Solo a Livorno!”
Mi spiego. Non credo che ci siano altri posti nel mondo dove con l’ironia si riescono ad abbattere dei tabù o pregiudizi, almeno temporaneamente. Tra le prime scene dello spettacolo, una coppia di fiadanzi entrambi down, discutono e lei sbotta:
–Boia, da quando sto con te comincio ad averne a schifo degli uomini e sai cosa? Divento lesbica ! Viva la topa!
E lui:
-La topaaaaaa ????
e il muro delle ipocrisie che non prevede che dei ragazzi down non possano provare sentimenti reali, figurarsi che possano parlare di o fare sesso, si sbriciola sotto la semplicità e l’ironia.
Passavo dal piangere dalle risate per i ragazzi down che interpretavano Hegel e Kant o per il ragazzo cieco che, lasciato solo in mezzo, al palco esclama:
-Se un mi venite a prendere io qui ci potrei morire!
E in suo soccorso arriva un ragazzo sulla sedia a rotelle che dice:
-Fidati! Ma una scena più difficile no?!
O per il corso in 5 lezioni per diventare down e il cui unico scopo è poter prendere la pensione.
Al piangere dall’emozione, come quando nella penombra del palcoscenico, tutti i figuranti ondeggiano silenziosi e l’occhio di bue punta su una ragazza paraplegica che inizia a cantare una canzone, credo di Giorgia, con una voce esile ma ammaliante, da brividi. Quindi ripeto, solo a Livorno si riesce a scherzare senza offendere, a toccare temi attuali e importanti come l’integrazione, il disagio adolescenziale, senza cadere in banali stereotopi ormai sterili. Grazie.

P.s. La compagnia si chiama Mayor Von Frinzius, lo spettacolo si intitola Anacronistici – voi siete i miei occhi.

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