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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

Mese

giugno 2017

Filosofia da spiaggia. Lezione n.1


Un po’ mi fanno pena quelle persone che non riescono a rilassarsi mai, neppure al mare. Come quella che va a fare la nuotata perché fa bene alle ossa, scioglie la schiena e che dice “che bello guardare tutti i pesci!” ma che poi, però, mi confida che dopo un brutto incidente non si fida più ad andare lontana da sola e mi chiede:

-Ma tu, nuoti?

Sollevando appena lo sguardo dal libro che ho in mano, sdraiata sul lettino a bordo mare le confido:

-Per lo più galleggio.

Capisce, sorride e va a cercare altrove. 

Giusto il tempo di girarmi sul lettino (con l’abilità di una foca tra l’altro), mettermi pancia sotto, cadere in coma per qualche istante breve ma profondo a tal punto da lasciare impresso sul corpo tutti i segni del telo sotto di me, che ne passano tre in fila indiana che vanno a fare un tuffo dagli scogli e si lanciano di testa. 

-Vieni?

Ma io preferisco entrare in acqua lentamente partendo dalla riva con calma dove tocco e dove sopratutto non è necessario il gesto atletico. Sicuramente risulterò scorbutica o asociale, magari un po’ lo sono, ma cosa ci posso fare se preferisco fare quello che piace a me piuttosto che quello che fanno gli altri?Fortunatamente la mia coinquilina di ombrellone la pensa come me; ci tuffiamo quando abbiamo caldo e quando ci scappa la pipì, si legge, si chiacchiera di scienza, arte, letteratura e non degli uomini che passano davanti a noi, come fanno le altre. È lei che mi ha introdotto alla filosofia del “pensaci c’è sempre qualcosa di meglio da fare”, pensiero che più volte mi ha salvato ad esempio, dal passare giornate in casa a rassettare. Ancora non padroneggio l’arte della persuasione di cui lei è gran maestra, però trovo fantastica l’abilità con cui riesce a convincere gli altri di essere in grado di fare qualunque cosa, come quando mi ha convinto che spendere soldi per tagliare i capelli a Pena e Panico era stupido perché ero perfettamente in grado di farlo da sola. In effetti li ho tagliati alla caxxo di cane ma li ho tagliati e sopratutto ho capito che lei aveva ragione. 

Quindi quest’estate, se mi vedete sdraiata sul lettino a parlare con una bionda dall’aria rilassata, non mi disturbate per cose futili come un bagno, una passeggiata o due chiacchiere, perché sono a lezione.

L’altro figlio. S. Guskin

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La dose settimanale è arrivata. Devo però iniziare ad avanzare pretese perché anche questo libro ha come protagonista un bambino problematico: il prossimo lo voglio su vecchie signore in cerca di emozioni.
Da perfetta spacciatrice, la mia pusher mi ha dato il libro sussurrando:
“roba buona, una via di mezzo tra schizofrenia e paranormale” e me lo ha infilato in borsa. L’allenamento non era ancora iniziato e già sudavo.
Ho iniziato a leggere, scorreva veloce, le storie si intrecciavano bene, ma cavolo, si stava aprendo un mondo sul paranormale, sul post mortem, sui bambini che hanno ricordi di vite passate e questo mi ha inquietata parecchio. Il mio materialismo mi spinge a credere che una volta morta, sono morta, ma se poi mi sbaglio?Questa mia incapacità di affrontare temi che mi spaventano, perché non si hanno certezze, dopotutto nessuno è ancora tornato a raccontare niente (che io sappia e se qualcuno ha informazioni diverse, se le tenga, non lo voglio sapere), mi ha portato a leggere il libro tutto d’un fiato per togliermi il pensiero e capire con cosa avevo a che fare. A dire la verità non mi ha creato turbamenti particolari, anche le ricerche dello psichiatra si che alternano alla narrazione, sono abbastanza verosimile. Sono stata vicina alle madri nel loro dolore e all’altro figlio. Tutto sommato mi è piaciuto anche se, a  scanso di equivoci ripeto il prossimo signore allegre in cerca di avventure.

L’universo è tornato a parlarmi.

L’universo è tornato a parlarmi, ancora una volta in forma cartacea. Passeggiando con tre amiche, vedo un tizio in lontananza che distribuisce volantini delle dimensioni di un biglietto da visita; a mano a mano che ci avviciniamo, mi punta, lo sento: cerca un contatto visivo, mi ha scelto e quando capisce di avermi agganciato, sfoggia il suo sorriso migliore e mi dice offrendomi il biglietto:
-Posso lasciarle questo?(Anche un po’ ammiccante).
Prendo e ringrazio frettolosamente, forse anche un po’ snobbando, poi lancio un’occhiata al contenuto e qui il mio ego si innalza, perché l’ha dato a me, non alle mie amiche, quindi sono qualità che ha riscontrato in me così, a pelle. Che stronza che sono, penso, snobbo e poi mi sento in colpa.

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Continuo a leggere e tutto crolla, mi blocco, mi giro a cercare il tizio, ma non lo trovo; vorrei urlare ma non posso: c’è troppa gente. Mi guardo attorno cercando una telecamera, magari è uno scherzo, sicuramente c’è qualcuno che sta ridendo alle mie spalle, che si prende gioco di me e del mio essermi sentita migliore, seppur in quel frangente, delle mie amiche e invece niente, è solo il karma che riporta tutto allo stato naturale e che rimette tutte le cose al loro posto.
Comunque se non è un messaggio dell’universo, ma solo un biglietto per cercare di invogliare qualcuno a lavorare con voi, vi dico solo una cosa: cambiate strategia! Fatevi consigliare meglio…

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Cazzo vuol dire “conosci qualcuno”?

Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso. (Gigi Proietti)

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Solo a Livorno. Sono ormai 4 anni che mi ripeto che certe cose possono accadere solo a Livorno. La gentilezza, ad esempio, dà fastidio, mette subito in difficoltà; vuoi mettere quando entri in un bar e sentirti dire:”Buongiorno, cosa le posso offrire?” al posto di “Vieni bella che ti do?” Le cose prendono subito un altro sapore, sono più genuine, meno filtrate. A volte il livornese moderno, quello troppo influenzato dai telefilm americani, rischia di eccedere in ignoranza, ma sono casi isolati. Comunque sia un requisito fondamentale per poter sopravvivere a Livorno è quello di non essere permalosi, neppure per sbaglio, non puoi avere ripensamenti, devi essere in grado di accettare qualsiasi presa per il culo, perché tutto, ogni aspetto del quotidiano, per essere meglio sopportato, deve subire durissimi affondi di satira popolare e al tempo stesso se vuoi essere accettato, devi essere in grado di sdrammatizzare ogni cosa a partire dal presupposto che tutti hanno la mamma troia. Questo costume toscano, che si è perfezionato a Livorno facendo nascere anche vari maestri, a partire dagli autori del Vernacoliere, geni indiscussi dello scibile umano, riesce a produrre ad esempio, spettacoli, come quello a cui ho assistito di recente, che veramente ti fanno dire “Solo a Livorno!”
Mi spiego. Non credo che ci siano altri posti nel mondo dove con l’ironia si riescono ad abbattere dei tabù o pregiudizi, almeno temporaneamente. Tra le prime scene dello spettacolo, una coppia di fiadanzi entrambi down, discutono e lei sbotta:
–Boia, da quando sto con te comincio ad averne a schifo degli uomini e sai cosa? Divento lesbica ! Viva la topa!
E lui:
-La topaaaaaa ????
e il muro delle ipocrisie che non prevede che dei ragazzi down non possano provare sentimenti reali, figurarsi che possano parlare di o fare sesso, si sbriciola sotto la semplicità e l’ironia.
Passavo dal piangere dalle risate per i ragazzi down che interpretavano Hegel e Kant o per il ragazzo cieco che, lasciato solo in mezzo, al palco esclama:
-Se un mi venite a prendere io qui ci potrei morire!
E in suo soccorso arriva un ragazzo sulla sedia a rotelle che dice:
-Fidati! Ma una scena più difficile no?!
O per il corso in 5 lezioni per diventare down e il cui unico scopo è poter prendere la pensione.
Al piangere dall’emozione, come quando nella penombra del palcoscenico, tutti i figuranti ondeggiano silenziosi e l’occhio di bue punta su una ragazza paraplegica che inizia a cantare una canzone, credo di Giorgia, con una voce esile ma ammaliante, da brividi. Quindi ripeto, solo a Livorno si riesce a scherzare senza offendere, a toccare temi attuali e importanti come l’integrazione, il disagio adolescenziale, senza cadere in banali stereotopi ormai sterili. Grazie.

P.s. La compagnia si chiama Mayor Von Frinzius, lo spettacolo si intitola Anacronistici – voi siete i miei occhi.

Libri vs Film 


Capita raramente che un film sia più bello del libro da cui è tratto, ma quando ho saputo che Tim Burton avrebbe realizzato un film sulla trilogia di Miss Peregrine di Ransom Riggs, ho pensato:”speriamo che riesca a rendere il primo capitolo più avvincente di quanto non fosse nel libro!”Devo, infatti, confessare che se non avessi dovuto comprare in blocco i primi due volumi, probabilmente non avrei proseguito la lettura e mi sarei persa una bella saga, perché se il primo volume è lento, un po’ scontato e poco originale, gli altri due sono molto più avvincenti. Se ne deve essere accorto anche il regista, perché ha stravolto il libro, non solo per quanto riguarda i personaggi e i loro poteri, ma anche per la storia: ha reso il film come compiuto, non ha lasciato spazio o dubbi per uno svolgimento futuro, non ha lasciato interrogativi, misteri da comprendere, tutto lascia intendere che non ci sarà un seguito e un po’ mi spiace perche il bello doveva ancora venire.

Se parlo rischio di spoilerare troppo, ma una cosa la devo dire, quindi: SPOILER ALERT! Passi che Miss Peregrine si salvi quasi subito, passi che i poteri non coincidano, ma, cavolo il nonno doveva rimanere morto! Ecco, questo slancio disneyano, non l’ho proprio apprezzato.

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