Nel fare una lista dei libri che ho letto, mi sono resa conto che se iniziassi a drogarmi forse spenderei meno, anche se non so se con questo tipo di dipendenza, avrei gli stessi benefici della lettura. Ecco la lista, parziale, dei miei 50 grammi di felicità : “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, “Storia della bambina perduta” tutti di Elena Ferrante. Ho trovato la trilogia piacevole, ho apprezzato la crescita stilistica di pari passo con la crescita anagrafica, alla fine sono rimasta con l’amaro in bocca, che non è un male anzi, ho avuto chiaro fin da subito con chi tra le due protagoniste avevo più affinità. Sempre della Ferrante ho letto “L’amore molesto”, ma avendolo letto dopo la trilogia, mi ha un po’ deluso, l’ho trovato incompiuto, abituata alle vicende ben più complesse degli altri libri. “Dieci minuti” di Chiara Minuti, mi è stato regalato per aiutarmi ad accettare dei cambiamenti e in parte c’è riuscito, non ho accettato la sfida della protagonista di fare una cosa nuova ogni giorno per dieci minuti, però mi ha confermato che è necessario rimanere se stessi per essere felici sempre. Con libri come “L’invenzione della madre” di Marco Peano e “La casa blu” di Massimiliano Governi, sono entrata nel girone dell’amore e della morte, dell’amore puro tra genitori e figli e della morte pianificata in seguito a una malattia incurabile o cercata nella casa blu in Svizzera. Sono state entrambe letture difficili, pagine cariche di emozioni che ancora oggi, al solo pensiero, mi fanno stringere il cuore. “La casa blu” l’ho letto dietro consiglio di un autore che adoro, Fabio Bartolomei, di cui ho finito di leggere tutti i libri, quindi è bene che si impegni a farne uscire uno nuovo a breve. Ne “La grazia del demolitore” descrive con la sua ironia graffiante e mai scontata, la società moderna divisa tra vincitori che si spartiscono soldi e terreni sulle spalle dei vinti fino a quando, per uno strano caso del destino, le due categorie si uniscono e avviene l’inaspettato.Per non farmi mancare la mia dose di ansia, mi sono rivolta a colui che disturba i miei sonni da quando avevo 15 anni, quando con Pet Sematary, mi fece odiare gli americani e la loro mania di non recintare quei cavolo di giardini. Mi sono buttata su “Duma Key”, “Cell”, “Doctor Sleep” e “La bambina che amava Tom Gordon” di Stephen King. Duma key l’ho trovato coinvolgente nella prima parte e un po’ scontato nella seconda; simpatica l’idea del potere dell’arte, ma non certo originale, a metà lettura di Cell ho capito che sarei stata tra le prime a morire, scorrevole, avvincente con quel filo di pazza perversione che tanto mi affascina. Mi sono avvicinata a Doctor Sleep con la stessa paura con cui controllo i tombini prima di passarci sopra e non mi ha delusa, degna conclusione di un pilastro che ha fatto storia. Ansia pura per La bambina che amava Tom Gordon, quel suo avvicinarsi maledettamente alla realtà, l’avere figlie dell’età dei protagonisti ha reso il tutto molto più inquietante.

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