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Ho sempre avuto il sospetto che l'amicizia venga sopravvalutata. come gli studi universitari, la morte o avere il cazzo lungo. noi esseri umani esaltiamo i luoghi comuni per sfuggire alla scarsa originalità della nostra vita. (Trueba)

Mese

febbraio 2016

Obiettivo 52. L’arte della gioia. Goliarda Sapienza.

 
Ci sono volute un centinaio di pagine prima che capissi la portata rivoluzionaria del romanzo, mi stavo perdendo dentro i dialoghi in siciliano, alla grammatica che capivo a fatica, in mezzo a quella che credevo fosse una storia come tante di bambine nate e spedite in un convento, poi finalmente ho capito che Goliarda ha voluto scuotere, sconvolgere la società intellettuale e non solo dell’epoca ed allora mi sono innamorata di Modesta. Nata in un ambiente povero di cultura e di sostanze, capisce fin da subito che il suo corpo e la sua mente sono destinati a qualcosa di grande: arriverà infatti a sfidare la cultura patriarcale, fascista, mafiosa in cui vive, la sua forza è la sua intelligenza che le permetterà di diventare una ricca aristocratica ma non solo; sarà anche un’amica generosa, una madre che definire affettuosa sarebbe un limite perché il bene ai figli lo trasmette con l’esempio e l’istruzione in modo talmente attuale che mi sono immedesimata in lei parecchie volte ed infine un’amante sensuale in cerca di godere del vero piacere, sperimentando così il sesso in tutte le sue sfumature, praticandolo sia con uomini che donne con estrema naturalezza e passione. Modesta nella sua vita compie un’evoluzione che la porta ad essere da semplice essere umano condizionato dalla morale e dalla religione, a donna libera da ogni sovrastruttura realizzando questo intento soprattutto nella famiglia che gestisce come una comunità di pari in cui i figli e le figlie sono istruiti con gli stessi libri, quelli messi al bando dal regime fascista, ma comunque liberi di sperimentare tutto cio che li avvicini al piacere.

Ero tentata di mettere qualche citazione qua e lá, ma perderebbero forza, perciò dovete leggere questo libro, anche solo per dire “ma allora non sono l’unica che la pensa così”. Mi raccomando, non vi laciate scoraggiare dalle prime cento pagine, concentratetivi sul successivo piacere.

Anche questo libro è uscito dalla valigia della zia.

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Imprenditrice familiare.

Una donna che riveste un ruolo di potere viene sempre vista con sospetto: io non faccio eccezione. Da sempre vengo presa di mira dai miei sottoposti. Sono due settimane ad esempio, che un dipendente ha deciso di ammalarsi, quindi è rimasto a casa e come se non bastasse, è stato colto da Pavor Nocturni (per chi non li conoscesse sono dei simpatici attacchi di terrore notturno in cui il soggetto ha gli occhi aperti e le pupille dilatate, urla di terrore e schizza da una parte all’altra del letto chiedendo aiuto al titolare, la mamma in questo caso). La scorsa settimana ho avuto una media di 45 minuti di sonno, quindi sono indietro di diversi giorni e ne hanno subito tutte le attività collaterali poiché, a parte respirare, non sono stata in grado di fare molto altro. Cerco di rimettermi in pari appena possibile, non me ne vogliate.

Obiettivo 52. Età di Ferro. J.M.Coetzee

Cresciuta con un grande uomo, mio zio, e con la grande donna che gli stava accanto posso dire che se sono così oggi è grazie (o per colpa) a loro; animata infatti da un forte spirito di contraddizione e circondata da soggetti mediocri, ogni volta che, gli zii mi portavano un libro o mi portavano in un museo, io storcevo il naso e sbuffavo perché era più semplice uniformarsi alla massa e non ricevere continui stimoli. Fatto sta che dopo anni di libri lasciati a riempirsi di polvere sugli scaffali, un giorno, decisi che forse potevo leggerne qualcuno e da quel giorno non sono più riuscita ad allontanarmi troppo dai libri, ne ho sempre uno in borsa. Che un Dio protegga gli spiriti contraddittori e le belle persone.

  
Anche questo libro è uscito dalla valigia della zia. Si tratta di una lunga lettera che Elizabeth Curren, insegnante in pensione ammalata di cancro e residente in un quartiere ancora soggetto alla Apartheid scrive alla figlia fuggita in America anni prima e in cui raduna i suoi ultimi ricordi confessando il suo più grande peccato: l’essere rimasta indifferente di fronte alla violenza che da sempre l’ha circondata. A sbloccarla da questa situazione di stallo emotivo che dura da una vita perché, ad esempio, non si è mai posta il problema che i domestici neri potessero avere dei sentimenti, è Vercuil, una figura misteriosa, un vagabondo, un uomo di poche parole ma mai scontate. Grazie a lui riesce ad aprire gli occhi e a vedere per la prima volta che le vittime, in questo caso bambini e adolescenti, rivendicano solo la loro uguaglianza con gli afrikaner. I personaggi sono descritti in modo tale che ne puoi percepire l’anima. Ho iniziato la lettura tuffandomi come sempre nelle parole, senza dare troppa importanza a cose superflue come il titolo o l’autore, perche se un libro esce dalla valigia della zia è un libro che merita di essere letto. Quando però mi sono trovata di fronte alla descrizione del rapporto madre-figlia ho avuto la certezza che l’autore fosse una donna tanto era intimo e delicato quello che stava descrivendo, che solo chi ci è passato può capirlo. Anche gli altri temi trattati come la morte, l’invecchiamento, la perdita di memoria, il rapporto mente-corpo sono tutti trattati con la stessa precisione e sensibilità.

Consigliato a tutti coloro che hanno bisogno di una lettura coinvolgente,intensa che tratta temi tristemente attuali.

Napoli è……

À Gentè

Sono partita accompagnata da più paure e pregiudizi di quando, dopo gli attentati di Parigi al Bataclan, sono andata a Londra. “Levatevi tutto!” è il mantra che si sente ripetere chi si avvicina a Napoli, ecco, a tutti loro devo dire: Allez vous fait enculer! ma di cuore. Mi aspettavo di venire sopraffatta da venditori ambulanti di ogni genere, di venire truffata ad ogni passo: che brutta cosa che è il pregiudizio! Uscita dalla stazione nessuno mi è venuto incontro, nessuno mi ha spintonato, nessuno ha cercato di vendermi il famoso “pacco”, anzi, mi ha accolto un’enorme lumaca rosa, un’installazione del gruppo Cracking art Group, quasi un monito: l’arte a Napoli è ovunque, è antica e contemporanea. 

  
Passeggiando per le strade del centro, non solo a Chiaia, ma anche a Spaccanapoli, si nota una classe che non è ostentazione di ricchezza, come ad esempio avviene a Forte dei Marmi, bensì una eleganza d’animo. 

   
   
Singolare è stato l’incontro con un uomo, l’episodio è stato talmente inconsueto da farci pensare di essere stati vittime di un’allucinazione collettiva. Il signore in questione, che abbiamo scoperto essere Araimo Penna, cavaliere borbonico, discendente della famiglia Spinelli, non solo ci ha concesso di vedere il cortile interno di palazzo Spinelli, ma ci ha fatto addirittura entrare in casa sua, deliziandoci con aneddoti sui vari personaggi che aveva avuto il piacere di ospitare, nonché sulla storia dei suoi avi. Non credo che esistano molti posti al mondo in cui un uomo fa entrare sei sconosciuti in casa sua e li faccia uscire convinti di aver varcato la soglia di un mondo che non esiste più dove regnavano eleganza e beltà d’animo. Di contro abbiamo conosciuto, un personaggio, diversamente elegante ma molto autentico, tale solo Mario, con ufficio in via Santa Brigida, di fronte alla trattoria Da Ciro, con orario pomeridiano dalle 14 alle 18, ho capito poco di quello che diceva, ma è stato bello conoscerlo. 

Di facce strane ne ho viste in giro, non posso negarlo, ma nella stessa quantità in cui ne vedo a Livorno o Pisa; non sono andata nei quartieri più ostili (perché avrei dovuto? ) dove la violenza è alla base del vivere quotidiano, tuttavia sono convinta che tutte le periferie siano un po’ un far west. Altra cosa che mi ha colpito è la massiccia presenza delle forze dell’ordine: esercito,polizia, vigili urbani e vigilanti privati che sinceramente, vorrei vedere anche in altre città a tutela degli abitanti e non solo intenti a fare multe.

Amori pericolosi.

 
Con gli occhi lucidi dall’emozione passeggiava avanti e indietro per vedere meglio le sue curve: morbide, sinuose, di origine classica; impazziva per quel suo carnato così dorato, quasi esotico. E quel profumo poi, talmente dolce! Si immaginava spesso di stringerlo tra le mani, di farlo suo, dapprima lo avrebbe sfiorato delicatamente con le labbra, gli occhi socchiusi per nascondere la vergogna, per poi lasciarsi avvolgere da tutta la sua fragranza in un lungo bacio alla francese. Eppure rimaneva lì, fermo ad aspettare un segnale, un gesto che lo invitasse all’azione; a volte passavano ore, a volte bastava un sorriso. Quel giorno era troppo agitato, si era svegliato con il bisogno di averlo tutto per sé, ma sapeva che era sbagliato, non poteva andare ogni giorno per cercare di placare la voglia, non gli faceva bene eppure anche oggi era lì, davanti a quella vetrina ad aspettare di incontrare lo sguardo della ragazza e dirle ” Il solito babà grazie !”.

Napoli è…..

Eccomi ci sono. Sono tornata da una tre giorni napoletana che più che un viaggio è stata qualcosa di simile ad un’esperienza di allucinazione collettiva. Vuoi per la compagnia, vuoi per la città, ho trascorso dei giorni veramente fantastici. Ho assaporato ed apprezzato tutto quello che la città mi ha offerto: cibo, arte, storia, folclore, personaggi esilaranti, personaggi eleganti. Grazie alla mia capacità di perdermi anche con il navigatore satellitare sono riuscita a scoprire angoli nascosti carichi di vita.

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‘O CIBO’

Come bambini dentro a un negozio di caramelle siamo stati attratti, io e i miei compagni di brigata, da ogni odore, ogni aroma che inonda le strade del capoluogo campano. Sembravamo palline di un flipper impazzite: camminavamo a zig-zag entrando in ogni locale ed uscendo con qualcosa di fritto in mano. La regola della vacanza era una sola: non esistono regole, senza figli siamo stati liberi di fare cose che con loro ci sono precluse. Siamo arrivati con il treno alle 12.30, la prima mezza giornata l’abbiamo passata in centro a mangiare. Abbiamo fatto in pratica un unico pasto iniziato alle ore 13 e terminato alle 21. In quelle ore i nostri corpi hanno cercato di lanciare segnali di pericolo che sono stati elegantemente ignorati. Il Fritto di Sofì, un cono di carta pieno di ogni ben di dio fritto, ha aperto la voragine nei nostri stomaci, vuoto che abbiamo cercato di colmare con una pizza da urlo da ‘nu murzillo saporito. Alcuni di noi, amanti degli sport estremi, hanno aggiunto poco dopo una fantastica pizza fritta. Passata la fase salata ha avuto inizio la distruzione delle ultime arterie con i dolci. Non ci sono parole precise per descrivere cosa si prova nel mordere una sfogliatella o un babà. È un orgasmo di sapori. Dopo il primo morso non riesci a fermarti, senti il bisogno di averne ancora e ancora e ancora.

Un minuto di silenzio per ricordare pasta e patate, salsicce e friarielli mangiati da Nennella, un locale ( una via di mezzo tra una trattoria e il salotto di mia nonna a Natale) che per sapori, rumori e folclore è unico nel suo genere.

 

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