Ogni volta che la zia ci viene a trovare porta con sé due bagagli: uno con i suoi effetti personali e l’altro pieno di ricordi. In quest’ultimo si nascondono sempre dei libri (nuovi, vecchi, che ha letto e le sono piaciuti, che deve ancora leggere, ma che le hanno consigliato) per tutti i membri della tribù, ma, essendo l’unica che fagocita pagine a ritmi elevati e costanti, sono principalmente per me.
Tra gli ultimi cinque questa volta mi ha colpito per primo, vuoi per il titolo, vuoi per la copertina, un libro di Luis Sepùlveda: “L’avventurosa storia dell’uzbeko muto”. E ben mi sta! Pensavo di leggere un romanzo che si avvicinasse allo stile o alla tematica di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (struttura del titolo poi ripresa in “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico” e ancora in “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”). Non per questo il libro è stato una delusione, anzi, forse la sorpresa di scoprire che, in realtà, si tratta di una raccolta di storie in cui lo scrittore ripercorre i sogni, le passioni, le tensioni gli ideali di giovani cileni; tutto ciò ha contribuito a rendere il tutto ancor più piacevole. Mi sono così ritrovata in piena dittatura, in compagnia di giovani che lottando per la libertà, combinavano per lo più pasticci; ho vissuto le loro passioni, i loro entusiasmi e i loro fallimenti tragicomici. Scoprire poi che l’uzbeko muto non è né uzbeko né muto è stato fantastico. Stretta al cuore e animo “sospeso” invece per il racconto in cui narra alcuni particolari della morte del Che: si percepisce la portata storica dell’evento e la tragedia che si sta per compiere racchiusa in quel “Spara, vigliacco, che stai per uccidere un uomo”

Consigliato a chi vuol ritrovare lo spirito ribelle, incosciente, carico di ideali che sta dentro ad ognuno di noi. È il progetto di vita. Di società.

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