Volevo iniziare l’anno con una lettura travolgente e su consiglio di una persona che stimo, mi sono avvicinata a Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, premio Pulitzer 2015.
Seconda guerra mondiale, Saint-Malo. Pochi giorni prima dello sbarco in Normandia, la cittadina francese resiste all’occupazione dei Tedeschi. Qui si incontrano le vicende di Marie-Laure, una bambina francese con i capelli rossi e lentiggini in viso e cieca dall’età di sei anni, e Werner, un ragazzino tedesco orfano con la passione per la tecnologia e una vivace intelligenza. 
Quello che poteva essere un pesante macigno sulla seconda guerra mondiale è reso elegante, potente, ammaliante da vari fattori. Ecco quali sono, secondo me. 
La struttura brillante e lineare, formata da brevi capitoli, rende agevole la lettura. I continui sbalzi temporali e i numerosi personaggi satellite, che ruotano intorno ai due protagonisti, contribuiscono ad intricare maggiormente il romanzo. Con l’uso di una scrittura pulita e diretta Doerr ti porta direttamente dentro agli eventi, tanto da percepirne i suoni, i profumi e la luce.
Ed è proprio la luce l’elemento cardine. Quella che vede Marie-Laure, quella che immagina Werner, quella che emana una pietra maledetta… A questa luce è affidato il messaggio positivo del libro, un invito alla fratellanza, all’uso della ragione, alla divulgazione della cultura. Una luce che va cercata dentro di noi, che dobbiamo coltivare per non sprofondare nel buio. 
Credo che queste siano le motivazioni che hanno portato «The New Yorker» ad affermare che Tutta la luce che non vediamo è «una meditazione sul fato e sul libero arbitrio, su come si intrecciano durante la guerra». 

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